
Diego Zandel (Servigliano, 1948), figlio di esuli fiumani, giornalista e scrittore, ha spesso parlato del Villaggio Giuliano anche all’interno dei suoi romanzi.
Diego è nato nel campo profughi di Servigliano nelle Marche da genitori fiumani. Si trasferì a Roma al Villaggio Giuliano ancora infante di tre mesi nel 1948.
Fin da giovane si è interessato alla letteratura e al giornalismo, collaborando da prestissimo con “Difesa Adriatica” ed altre testate. Dopo alcune “prove” nel campo della poesia, è diventato un romanziere di successo, ad iniziare dalla sua prima opera, “Massacro per un presidente” (1981), ambientato negli anni di piombo che stavano per terminare.
Prima di diventare scrittore a tempo pieno, Diego era stato anche dirigente della Telecom e successivamente responsabile editoriale per diverse case editrici.
In tutta la sua produzione letteraria l’elemento autobiografico è spesso presente; è fortissima l’eco delle origini istro-fiumane della sua famiglia e delle terribili vicende dell’esodo.
Un altro elemento fortemente presente è la Grecia, in particolare l’isola di Kos, da dove proveniva la moglie Anna, scomparsa nel 2012.
Nel 2023 gli è stato conferito il Premio Tomizza come “personalità che nel tempo si è distinta nell’affermazione concreta degli ideali di mutua comprensione e pacifica convivenza tra le genti delle nostre terre”.
In numerosi sui romanzi compare il suo luogo natìo, il Villaggio Giuliano di Roma, a partire da “Massacro per un presidente”, dove il protagonista Raul è una specie di alter ego dello scrittore e in numerose pagine viene descritta la vita al Villaggio, con alcuni luoghi “speciali”, come il “bunker” frequentato dal padre di Diego e dai suoi amici.
Anche in…
Bibliografia
- Massacro per un presidente, Mondadori 1981
- Invito alla lettura di Andrić (con Giacomo Scotti), Mursia 1981
- Una storia istriana, Rusconi 1987
- Crociera di Sangue, Mondadori 1993
- Operazione Venere, Mondadori 1996
- I confini dell’odio, Aragno 2002
- L’uomo di Kos, Hobby&Work, 2004
- Verso Est (raccolta di racconti), Campanotto 2006
- Il figlio perduto, Alacran 2010
- Il fratello greco, Hacca 2010
- I testimoni muti, Mursia 2011
- Essere Bob Lang, Hacca 2012
- Il console romeno (racconti), Oltre Ed., 2013
- Manuale sentimentale dell’isola di Kos, Oltre Ed. 2016
- Balcanica – Viaggio nel sudest europeo attraverso la letteratura contemporanea, Ed. Novecento Libri, 2018
- Apologia della lettura – Riflessioni di un bibliofilo incallito, Historica 2020
- Crociera pericolosa, Oltre Ed. 2020
- Eredità colpevole, Voland 2023
- Un affare balcanico, Voland 2024
- Racconti istro-fiumani (racconti), B#S Ed., 2024
- Autodafè di un esule, Rubettino 2025
Nel gennaio 2003, in occasione della prima “Giornata della Memoria”, poi diventata “Giorno del Ricordo”, Diego ha pubblicato un bellissimo articolo nel quale parla brevemente del Villaggio Giuliano:
Si chiamavano “padiglioni”. Erano edifici bassi, con lunghi corridoi. In due file parallele formavano, nel mezzo, un ampio viale di ghiaia, pini mediterranei ed aiuole. Al centro una fontana esagonale. In fondo, una chiesetta dedicata a San Marco Evangelista. Null’altro. Era il Villaggio Giuliano-Dalmata di Roma. Prima, erano i dormitori degli operai che costruivano la mussoliniana E.42, l’Esposizione Universale Romana. Qui furono mandati nel 1947 i primi profughi provenienti dall’Istria, da Fiume, dalla Dalmazia. Sarebbero arrivati, negli anni, in duemila, decine e decine di famiglie. Un’isola, tra i campi dell’agro-pontino, alla periferia di Roma, dove si parlava il dialetto della Venezia Giulia. La mia famiglia ci arrivò nel 1948 dal campo profughi di Servigliano, nelle Marche. Avevo 3 mesi. Il Villaggio Giuliano diventò il mio paese, il luogo dove sono cresciuto.
Oggi i padiglioni non ci sono più, abbattuti nel corso degli anni Sessanta. Al loro posto, e nell’area circostante, l’Opera Assistenza Profughi Giuliani e Dalmati costruì nuove case popolari, che per noi, allora, dopo anni di vita nei campi profughi, apparvero come una reggia. Questo Villaggio, con le sue vie dedicate ai martiri fiumani, ai musicisti istriani, ai benefattori giuliani, con i suoi due grandi convitti per le ragazze profughe, orfane o di famiglie ancora in difficoltà, oggi diventati rispettivamente un Centro Anziani e un Liceo Scientifico, questo Villaggio esiste ancora. Non è un caso che, in occasione della «Giornata della Memoria» il 10 febbraio si celebrerà qui la cerimonia più importante a livello nazionale con i maggiori rappresentanti delle associazioni degli esuli. Certo, il Villaggio non è più quello di allora. I profughi e i loro discendenti di seconda e terza generazione ci sono ancora tutti (o quasi). Ma non ci sono più i giuliani a gestire i negozi, non c’è più il barbiere dalmata, defunto, né L’osteria all’Istriana, diventata oggi al Nuraghe. Né ci sono le maestrine provenienti dall’Istria nella scuola elementare dedicata a un insegnante, martire delle foibe, Giuseppe Tosi. E ancora: prima il prete era uno solo, di lassù, e quando se ne andava in pensione la sua destinazione era il Tempo Mariano di Prosecco, sopra Trieste. Oggi ce ne sono tanti, frati francescani di varie parti del mondo, e nulla sanno delle processioni religiose che, candele e torce in mano, lumini alle finestre delle case, si snodavano tra le vie del Villaggio al canto di “Profughi siamo figli del dolore, senza casa e senza focolare…”. Non c’è più la squadra di basket, chiamata “Giuliana”, composta da giovani del Villaggio e arrivata fino alla serie A con le loro vittorie, sostenute dal tifo domenicale dei profughi e dal contributo economico dei negozianti d’allora.
Né ci sono più le gite in pullman ai Castelli Romani, durante le quali si intonavano canzoni come “La mula de Parenzo” e altre della tradizione, molte in dialetto come, quella tipica degli avvinazzati “Non go le ciave del porton, Marieta buta zo el paion che dormo in strada” che stupivano i romani abituati a “Portace n’artro litro che ce lo bevemo”. Non c’è più quel Villaggio, anche se per le sue strade senti ancora echeggiare il dialetto giuliano. Ma a parlarlo sono solo gli anziani, quelli che incontri riuniti al mattino davanti al Bar Zara o nel pomeriggio a giocare a carte o a bocce al campo della Associazione Sportiva Giuliana o del Centro Anziani, dove comunque il giuliano si mescola al romanesco dei coetanei provenienti dalle zone limitrofe. Perché il Villaggio non è più isolato. È circondato dai palazzi dell’Eur e da quelli della Cecchignola e Cecchignoletta, di Colle di Mezzo, Ottavo Colle, il Serafico, Prato Smeraldo, Fonte Meravigliosa, Laurentino 38, Cesare Pavese, che tutti insieme formano il nuovo Quartiere Giuliano-Dalmata. Un nome che nasce, appunto, dal vecchio Villaggio, questa realtà straordinaria, ancora distinta, sebbene sia già cominciata, come una morte annunciata, la sua storicizzazione. Personalmente, ho inserito il Villaggio in due miei romanzi, il primo, “Massacro per un presidente”, edito da Mondadori nel 1981, e l’ultimo, “I confini dell’odio” pubblicato da Aragno nell’anno appena passato; Marino Micich, della Società di Studi Fiumani, che ha sede in via Antonio Cippico, al Villaggio, ne ha ricostruito la storia in un fascicolo presentato in occasione di una mostra dello scorso dicembre sui giuliani a Roma e nel Lazio; una studentessa, Roberta Fidanzia, figlia di una profuga di seconda generazione del Villaggio ne ha fatto una ricostruzione multimediale, la cui trasmissione ha riempito fino all’inverosimile, tra lacrime di amarcord, la pur capiente sala teatrale della chiesa parrocchiale del Villaggio. Una chiesa, quest’ultima, che, pur conservando il nome di San Marco Evangelista, non è più la piccola, vecchia “cieseta” dei padiglioni, ma un notevole edificio in vetro e cemento.
Nel costruirla, si era dato, a suo tempo, a un bravo e rinomato artista del Villaggio, Amedeo Colella, il compito di realizzare le vetrate che costituiscono la chiesa e che significativamente propongono i temi sacri dell’Istria, di Fiume, della Dalmazia, della Venezia Giulia, i santi patroni delle città, i tradizionali stemmi, l’alabarda triestina, l’aquila fiumana, i leoni dalmati, la capra istriana. Sul piazzale antistante, chiamato dei Giuliani e Dalmati, un mosaico, sempre di Colella, ricorda le città maggiori attraverso una stilizzazione quasi chagalliana dei simboli che le identificano e i nomi, Fiume, Gorizia, Pola, Trieste, Zara, puntati in bronzo, come grida, sopra i versi danteschi sull’esilio: “Tu lascerai ogne cosa diletta più caramente; e questo è quello strale che l’arco de lo esilio pria saetta”. A pochi passi domina la lupa romana portata da “Pola fedele”, come recita la scritta sul marmo che sorregge la lupa. Un terzo monumento, posto sulla via Laurentina, quasi un marchio d’ingresso del Villaggio che è subito alle spalle, è il cippo dedicato ai caduti giuliano-dalmati, un pezzo di roccia strappato dal Carso, che rappresenta il luogo delle rimembranze. Non c’è cerimonia ufficiale al Villaggio che non finisca con un alloro deposto in memoriam su quel pezzo di terra “nostra”. I romani non sanno o non hanno ancora ben capito chi abita lì. Sentono le persone parlare in “veneto” e dirsi provenienti da città che oggi risultano essere oltre il confine orientale. Una facile, superficiale equazione, ed eccole diventare, queste persone, “profughi jugoslavi” ed essere assimilati agli altri extracomunitari. Un articolo sulle pagine romane di Repubblica apparso ieri, 22 gennaio, col titolo “Tra l’Eur e la Laurentina il regno di profughi ed esuli”, riferito al Quartiere Giuliano-Dalmata, testimonia questa pervicace confusione, nonostante l’autore, Paolo Del Colle, sia poeta e scrittore dell’Eur. Forse anche per una concessione al “pezzo” di colore, descrive il piazzale antistante la stazione della metropolitana Laurentina, dedicato ai Martiri delle Foibe Istriane e occupato dalle tipiche bancarelle degli extracomunitari, come simbolo di una “zona franca, affollatissima e multietnica”, che trae le sue origini proprio da quel vicinissimo Villaggio, a cui concede l’incipit in questo modo: “I profughi della Jugoslavia accolti nel quartiere Giuliano Dalmata dopo il trattato con Tito del ’47…”. Un mismas, come si direbbe in triestino, di chi del Villaggio ha solo uno stereotipo trasmesso negli anni e che non aiuta davvero a capirne la realtà e il senso della sua esistenza. D’altra parte, è sempre stato difficile capirlo, anche per una certa, orgogliosa chiusura della comunità, figlia di una Storia difficile. Anni fa, al Villaggio era capitato un visitatore che, incuriosito del dialetto, s’era avvicinato a un abitante, il signor Alfonso Reale. Questi, per pura combinazione era, sì profugo, ma come tanti ‘taliani, che s’erano trovati lavoro e moglie in Istria, a Fiume e a Zara, aveva marcate origini napoletane. E alla domanda del visitatore su come mai lì, a due passi da Roma, parlavano tutti in veneto, Reale nel suo dialetto mai perso, rispose: “Ccà simme tutti giugliani”.