

Antonio Santin (Rovigno 1895-Trieste 1981), di Rovigno d’Istria, fu vescovo di Fiume dal 1933 al 1938, successivamente di Trieste e Capodistria (per la quale carica subì un’aggressione) e successivamente arcivescovo. Difesa strenuamente gli esuli giuliano-dalmati, in particolar modo la comunità del Villaggio Giuliano di Roma.
Antonio Santin nacque a Rovigno il 9 dicembre del 1895, da una famiglia di umili origini. Il padre Giovanni era operaio presso la Manifattura Tabacchi, ma per arrotondare il magro stipendio molto spesso andava di notte a pescare col fratello. Antonio era il primogenito di ben undici figli ed i soldi in famiglia non bastavano mai.
Fin da piccolo Antonio, vivendo in una famiglia semplice ma con sani principi morali, sviluppò una forte vocazione religiosa per cui, finite le scuole elementari, espresse il desiderio di farsi prete. Alla fine con gli sforzi uniti di tutta la famiglia e di qualche benefattore, e grazie anche all’interessamento di don Giovanni Rota, riuscì ad essere ammesso come allievo interno al Convitto diocesano di Capodistria ove frequentò per otto anni il locale Ginnasio.

Ma il mondo felice degli studi venne bruscamente interrotto dagli eventi della I Guerra Mondiale, e il giovane Santin fu trovato abile. Grazie però all’intervento del vescovo che lo mandò al Seminario di Gorizia, ed alla legge che esonerava gli studenti di teologia, evitò il servizio di leva e le atrocità della guerra. Dopo aver evitato il servizio militare, superati gli esami di maturità venne mandato al Seminario di Marburg, l’attuale Maribor.
Ordinato sacerdote e ricevuto il presbiterato dal vescovo di Trieste il 1° maggio 1918, la sua prima nomina fu quella di “cappellano esposto” a Mormorano, presso Barbana, dove per venire incontro alle esigenze dei suoi parrocchiani cercò di apprendere il croato. Dopo quattro mesi venne però trasferito a Pola, ove la terribile epidemia di “spagnola” aveva falcidiato il clero.
Antonio arrivò a Pola il 2 novembre 1918, in concomitanza col passaggio di sovranità della città dall’Austria al regno d’Italia. Qui inizia la sua attività come cooperatore, concludendola nel ’32 come parroco. Nel frattempo nel ’23 si era laureato nel Pontificio istituto di Scienze Sociali di Bergamo, con una tesi sulla “schiavitù antica e l’opera della Chiesa“. Nel 1933 infine, e con sua grande sorpresa, venne nominato vescovo di Fiume: “Cinque anni rimasi a Fiume. Una bella città, una diocesi piccola, trilingue, difficile, una popolazione buona, leale e degna di fiducia”.
IL 16 marzo 1938 viene nominato vescovo dell’importante diocesi di Trieste e Capodistria, ove cercherà di spendere il suo prestigio di vescovo, oltre quello personale, in favore degli ebrei e delle popolazioni slave della diocesi che la politica fascista vessava nelle più svariate maniere, cercando tra l’altro d’impedire le prediche in sloveno. Cosa questa che Mons. Santin, anche mettendo a repentaglio la propria incolumità fisica, cerco ostinatamente di combattere, applicando il sano principio che la predicazione dovesse avvenire nella lingua parlata dai fedeli. Appena nominato, ebbe delle accese discussioni con Mussolini in seguito alla promulgazione delle leggi razziali (avvenuta proprio a Trieste) in difesa del popolo ebraico.
Durante la guerra, svolgerà inoltre un delicato ruolo di raccordo tra tedeschi, partigiani, ed alleati nei convulsi avvenimenti del periodo aprile-maggio del ’45 sia a Trieste che nell’Istria ove più volte rischiò di venir ucciso ora dall’una ora dall’altra parte. Proprio di questo periodo è questa sua dichiarazione: “E se ieri difesi ebrei e slavi perseguitati, oggi difendo gli italiani cacciati dalle loro terre…. Alludo alle terre che, da sempre abitate da italiani, sono state aggiudicate contro ogni diritto ad altra nazione”.
Il 19 giugno 1947, in occasione della festa di San Nazario, subì una violenta aggressione da parte dei partigini comunisti a Capodistria, in seguito alla quale abbandonò definitivamente la città, anche se solo nel 1977 la diocesi di Capodistria fu separata ufficialmente da quella di Trieste.
Santin si occupò molto del nascente Villaggio Giuliano di Roma e, accordandosi con Padre Alfonso Orlini di Cherso, Ministro Generale dei Frati Minori Conventuali, decise di proporre la gestione della nascente parrocchia di San Marco proprio ai Frati Minori Conventuali. Infatti, il 25 aprile 1949, padre Giovanni Martini, frate minore conventuale, fu chiamato ad occuparsi degli esuli al Villaggio Giuliano.
Il 13 luglio 1963 venne insignito del titolo di arcivescovo da papa Paolo VI. Nel gennaio 1971 rinunciò alla sua carica vescovile ed al governo della diocesi triestina, causa i raggiunti limiti d’età. Tale decisione scatenò la protesta dei triestini che inviarono migliaia di firme per richiedere al Pontefice che Monsignor Santin fosse mantenuto sulla cattedra di San Giusto. Infatti le dimissione vennero accettate da Paolo VI solamente dopo più di quattro anni ed esattamente il 28 giugno 1975.
Dal 1975 visse ritirato in una piccola villa nei pressi del Seminario diocesano ove scrisse le sue memorie nel libro “Al tramonto: ricordi autobiografici di un vescovo” (Trieste 1978). Morì a Trieste il 17 marzo 1981 all’età di 85 anni.