
Antonio Smareglia (Pola, 1854-Grado, 1929), fu un importante musicista e compositore istriano.
Nato a Pola il 5 maggio 1854, era figlio di Francesco, nativo di Dignano, piccolo paese non distante da Pola e di Giulia, italo-croata, nativa di Ica, frazione di Laurana, vicino ad Abbazia. Dal padre Francesco, che suonava il flicorno basso nella banda cittadina, ereditò la passione per la musica e dalla madre l’amore per le canzoni croate. La sua musica si nutrì quindi sia nella ricca musicalità italiana che degli echi folcloristici italiani e slavi che gli provenivano dai genitori, dalla cultura diversificata dell’Istria.
Antonio frequentò le scuole elementari a Fiume, poi a Capodistria, a Pisino e per finire a Gorizia dove frequentò le scuole reali inferiori. Espulso da questa scuola per indisciplina venne mandato dal padre a studiare alle reali superiori del Politecnico di Vienna. Bocciato all’ultima classe delle reali superiori di Vienna, fu mandato a Graz e iscritto a quel Politecnico come uditore.
Come si vede da queste tormentato percorso scolastico, Antonio fu uno studente che poco si applicava allo studio ed anche a Vienna e Graz, più che la scuola, lo attrasse il Teatro dell’opera e la Sala dei Concerti, e così alla fine dell’anno scolastico se ne ritornò da Graz, ove aveva iniziato a studiare il piano, senza alcun attestato scolastico.
Nel 1871 si recò in Italia, a Milano, ove frequentò le lezioni private del maestro Franco Faccio che lo iniziò allo studio della Composizione. L’anno seguente si iscrisse al Conservatorio e scrisse un lavoro in un atto, sotto il consiglio del maestro Faccio, La Caccia Lontana, composizione per voce e orchestra su libretto di Giovanni Pozza. Nel 1876, scrisse la sua prima opera, Preziosa. L’opera venne eseguita tre anni dopo al teatro Dal Verme di Milano ed il successo fu così clamoroso da far decidere la Casa Editrice Lucca (oggi Ricordi) di acquistarla e stipulare con l’Autore un contratto.
Nel 1882 uscì la sua seconda opera, Bianca da Cervia, la cui prima esecuzione ebbe luogo al Teatro alla Scala di Milano e fu un grande successo di pubblico tanto che ebbe ben 22 repliche.
Nel 1882 Smareglia a Pola sposò Maria Jetti Polla, nota per la sua bellezza, tanto da essere sopranominata la ‘stella dell’Istria‘, e che sarà la compagna fedele della sua vita.
La sua terza opera giovanile Re Nala fu rappresentata per la prima volta alla Fenice di Venezia nel 1887, non ottenendo però un particolare successo di pubblico. In queste sue prime opere Smareglia era rimasto nell’ambito della tradizione operistica italiana, ma con la sua successiva opera, il Vassallo di Szigeth, inizia il suo percorso musicale più personale accogliendo i nuovi spunti che la musica di Mendelssohn, Schumann, Weber e Wagner diffondevano in Europa. Il Vassallo venne rappresentato con successo in lingua tedesca al Teatro Imperiale dell’Opera di Vienna, oltre che al prestigioso Metropolitan di New York. Nel 1893, a Praga, in lingua ceca, viene inoltre rappresentato il Cornill Schut rifatto poi con il titolo di Pittori Fiamminghi.

Ritornato infine in Istria si stabilì a Dignano dal 1894 e fu lì che prese forma il libretto di quella che sarà la sua opera più famosa, Le Nozze Istriane. Aveva infatti preso a vagabondare per i dintorni avendo modo di conoscerne gli originali costumi nuziali, le usanze, le canzoni e la vivace e pittoresca parlata di quelle zone ove era ancora vivo l’antico idioma istrioto. L’opera ebbe la sua prima esecuzione al Teatro Verdi a Trieste nel 1895, poi a Praga e Vienna, nel 1905 a Venezia alla Fenice, presente un entusiasta Puccini, ma le edizioni continueranno sino ai giorni nostri e sempre con un grande favore di pubblico.
Nel 1895 Smareglia si stabilì a Trieste e l’anno dopo, su parole di Silvio Benco, scrisse un Inno per banda e coro in occasione dello scoprimento, a Pirano, del monumento al compositore istriano Giuseppe Tartini. La sua nuova opera, la Falena, venne rappresentata a Vienna nel 1897 e a Trieste nel 1899, ottenendo un caloroso successo attirando sull’autore l’attenzione dello stesso Verdi.
All’apice del successo, mentre a Milano si accingeva a comporre l’opera Oceana, venne colpito da cecità. Malattia che non gli impedì comunque di terminare l’opera che venne rappresentata nel 1903 alla Scala di Milano sotto la direzione del grande Arturo Toscanini. A Trieste, nel 1906, iniziò a comporre la sua ultima opera, l’Abisso, su libretto di Silvio Benco, che completò nell’autunno del 1911 nell’isolamento di Dignano. L’opera, dedicata ad Arturo Toscanini, fu rappresentata alla Scala di Milano nel 1914.
A Trieste dopo la perdita dell’amata moglie, avvenuta nel 1918, si dedicò alla composizione di musica sacra. Risalgono a tale periodo di amarezza e sconforto una Salveregina, un Pater Noster ed una Ave Maria. Ormai vecchio e stanco si ritirò a passare gli ultimi suoi giorni nella quiete di Grado ove ritrovò un po’ di serenità come traspare dalle Canzoni Gradesi, musicate sui versi di Biagio Marin, il grande poeta dialettale di Grado.
Nell’ambito di questa amicizia, Biagio Marin chiese al Maestro in quale dei due ambienti culturali da lui frequentati negli anni della sua giovinezza e della maturità artistica, quello di Milano o quello viennese, lui avrebbe preferito vivere avendo dal compositore istriano questa significativa risposta: “Io non avrei voluto calarmi né di qua né di là, perché vede, Marin, siamo di questa terra, così commista di genti diverse, e ad essa appartengo: dove avrei dovuto veramente calarmi?”
E fu a Grado, il 15 aprile 1929, che la morte lo liberò dalle sue sofferenze fisiche e morali.