Antonio Tacconi

Antonio Tacconi (Spalato, 1880-Roma, 1962), dalmata, avvocato e poi Senatore del Regno d’Italia.

Antonio Tacconi nacque a Spalato, in Dalmazia, il 22 aprile 1880, dove trascorse l’infanzia e la prima giovinezza. Si iscrisse poi all’Università di Innsbruck ove la sua spiccata personalità lo pose come uno dei capi riconosciuti degli italiani di Dalmazia, nonostante le intimidazioni dell’elemento germanico che mal tollerava lo spirito irredentista che animava la gioventù dalmata e istriana che reclamava la creazione di un’università italiana.

In questo clima, e dopo gli scontri sostenuti ad Innsbruck, Antonio si convinse sempre più che fosse suo dovere lottare per l’italianità della sua terra natale. Tale desiderio, come quello di tanti altri dalmati, venne però vanificato dal Trattato di Rapallo del 1920 con cui, alla dissoluzione dell’Impero Austro-Ungarico, si assegnava alla Jugoslavia tutta la Dalmazia ex-veneta ad eccezione della città di Zara. Conseguenza di ciò, fu l’esodo di gran parte dei dalmati italiani di Spalato, Sebenico, Ragusa e di tanti altri centri minori della Dalmazia. Antonio scelse invece di rimanere e di fondare la “Lega Culturale Italiana” e divenne anche fiduciario della Società Dante Alighieri, e per questa sua attività ottenne nel 1923 “per meriti insigni verso la Patria” la nomina di Senatore del Regno d’Italia (occorre precisare che i dalmati italiani erano trattati dalla Jugoslavia come “stranieri”, e per questo egli poté ottenere il titolo di senatore).

Con l’annessione al Regno d’Italia del 1941 Antonio Tacconi, nominato podestà (sindaco) di Spalato, si trovò a dover fare i conti con la politica fascista con cui entrò in contrasto. Erano i tempi dello scontro dei due nazionalismi, quello italiano e quello jugoslavo, e di due ideologie, quella fascista e quella comunista, entrambe ostili alla Dalmazia multietnica e pluralistica. Se il Tacconi fu inviso ai fascisti lo fu ancora di più ai comunisti jugoslavi che vedevano in lui una figura carismatica da abbattere per eliminare ogni contrasto alla loro definitiva assimilazione della Dalmazia.

L’11 settembre 1943 il senatore Tacconi, incurante dei pericoli che lo minacciavano, rimase al suo posto, seppure esautorato, per compiere sino in fondo il suo dovere verso i suoi connazionali, esposti all’arbitrio dei partigiani slavi. Ovviamente fu catturato e portato al Cimitero di San Lorenzo per essere giustiziato. Fortunatamente, un capo partigiano di Spalato, che aveva avuto modo di conoscerlo e di apprezzare la sua opera, lo strappo ai suoi aguzzini e lo salvò. L’arrivo successivo dei tedeschi non fu comunque per lui la “salvezza” perché era ritenuto troppo “morbido”. Di conseguenza fu costretto a partire e ad andare a Trieste, in un viaggio avventuroso attraverso zone sconvolte dalla guerriglia delle varie fazioni jugoslave.


A Trieste, ritrovata la sua famiglia, volse la sua attenzione all’accoglienza dei profughi da Zara, distrutta dai bombardamenti, istituendo il primo Comitato di assistenza ai profughi, che fu loro d’immenso aiuto e di inestimabile conforto.
Con l’occupazione slava di Trieste del maggio 1945, Tacconi fu arrestato e rispedito a Spalato con l’accusa di alto tradimento. La cittadinanza spalatina però, memore dei suoi tanti meriti, della sua specchiata onestà e del suo antifascismo, gli dimostrò la propria solidarietà cosa che gli evitò di fare la triste fine di tanti altri dalmati. Antonio Tacconi se la cavò con l’espropriazione di ogni suo bene e con l’espulsione.

Arrivato in Italia, nonostante l’età romai abbastanza avanzata, continuò la sua opera in favore dei suoi connazionali nell’Associazione Nazionale Dalmata riuscendo inoltre a far istituire presso la Biblioteca del Senato la “Raccolta Dalmata”.

La morte lo colse il 20 gennaio 1962 nel quartiere Giuliano-Dalmata di Roma, dove viveva in povertà in una modesta abitazione. Sulla fiancata della sua palazzina in Via Antonio Cippico è stata posta una targa in suo ricordo.