Carlo Tivaroni

Carlo Tivaroni (Zara 1843-1906), dalmata, combattente e storico delle guerre risorgimentali nelle quali combatté con Garibaldi, ebbe la medaglia d’argento al valor militare.

Tivaroni nacque a Zara il 4 novembre 1843 da famiglia fortemente filo-italiana e anti-austriaca. Giunto in Italia per frequentare gli studi universitari, a soli 17 anni, Tivaroni raggiunse i Mille di Garibaldi a Napoli e nel 1861 partecipò alla battaglia di Civitella del Tronto. Si laureò in legge nel 1863 all’Università di Bologna e nel 1864 partecipò al fallito moto insurrezionale in Trentino con la banda di Egisto Bezzi. Nel 1866 partecipò alla Terza Guerra di Indipendenza e nel 1867 fu con Garibaldi alla battaglia di Mentana. Venne successivamente decorato con la medaglia d’argento al valor militare per la partecipazioni a queste lotte risorgimentali.

Finita la fase combattente, Tivaroni si dedicò agli studi storici, pubblicando una “Storia critica della Rivoluzione francese“, e poi della sua fondamentale Storia critica del Risorgimento italiano  (Torino, 1888-1897), opera che riveste un carattere di particolare importanza, non solo perché è la prima organica ricostruzione del Risorgimento, ma anche perché rappresenta una sorta di testamento politico dell’autore, volontario garibaldino, collaboratore del «Gazzettino Rosa», deputato dell’estrema, ed infine giolittiano. “Vittorio Emanuele e Garibaldi, Mazzini e Cavour, anche quando si straziavano fra loro per divergenze in idealità secondarie, tutti combattevano per uno scopo  fondamentale comune, un’Italia senza stranieri, e  si completavano l’un l’altro di guisa che se uno solo di essi fosse mancato il Risorgimento sarebbe stato ritardato; provvidenziale coesistenza di quattro uomini eccezionalmente dotati, cui nessun secolo an­teriore aveva avuti eguali”: così Carlo Tivaroni presenta la sua descrizione del «pantheon risorgimentale».
Nell’interpretazione di Tivaroni l’esperienza mazziniana era ritenuta fallimentare perché utopistica, mentre il sorgere del socialismo la rendeva sorpassata all’interno dello schieramento progressista. La necessità di collaborazione tra la monarchia sabauda, incapace da sola di liberarsi dei vincoli che la legavano al Piemonte, e le forze unitarie repubblicane, incapaci di trascinare il popolo alla lotta per l’unità, avrebbe quindi condotto alla nascita di quel «partito nazionale italiano», concretizzatosi nella «Società Nazionale», che avrebbe realizzato l’unità d’Italia. Il vero eroe è Garibaldi “anello tra gli estremi, incarnazione della coscienza nazionale indifferente di repubblica e monarchia”.
Il tratto caratterizzante dell’opera è la vi­sione del Risorgimento come processo a cui hanno collaborato in una superiore unità dialettica tutte le correnti, dai moderati ai mazziniani, dalle forze sabaude ai volontari garibaldini. La preoccupazione unitaria pare in effetti prevalere su tutto, ed in nome di essa viene invocato il ricordo del Risorgimento contro i pericoli disgregatori.

Nel 1882 inizio anche la sua attività più prettamente politica, con l’elezione al Parlamento nel collegio di Padova. Nel 1903 fu nominato prefetto di Teramo e nel 1905 prefetto di Verona, avendo già precedentemente occupato le cariche di Provveditore agli Studi a Rovigo e a Padova.
Morì a Venezia per crisi respiratoria il 6 luglio 1906.