
Icilio Bacci (Fiume 1879-Karlovac 1946?), politico fiumano, Senatore del Regno, scomparve a Fiume nel maggio 1945 prelevato dalla polizia segreta dell’OZNA.
Bacci nacque il 2 luglio 1879 a Fiume, figlio di Eugenio e di Isolina Girardelli. Frequentò l’Istituto “Massimo D’Azeglio” a Firenze e successivamente si laureò in Giurisprudenza all’Università di Camerino (Marche) nel 1902.
Per tutta la vita svolse attività politica, sia a Fiume che in Italia, battendosi per l’italianità della sua città natale. A Fiume collaborò alla rivista “Vita Fiumana” ed al settimanale “La Difesa” (che veniva stampato a Susak e poi introdotto clandestinamente a Fiume). Fu anche uno dei fondatori della “Giovine Fiume” e partecipò a tutte le istituzioni culturali fiumane di inizio ‘900, tra cui il Circolo letterario, la Biblioteca Manzoni e la Filarmonica Drammatica. Nel 1907 fondò “La Vedetta” e fu eletto consigliere municipale, arrivando nel 1910 alla carica di vice sindaco.
Nel 1911 fu costretto a trasferirsi ad Ancona a causa delle “attenzioni” del governo ungherese (che al tempo controllava la città di Fiume) per le sue posizioni politiche. Ad Ancona si sposò con Lidia Urbani, per poi ritentare l’ingresso a Fiume e subire un’immediata nuova espulsione.
Nel 1915 di arruolò come volontario nell’esercito italiano assieme al fratello Ipparco (tenente dei bersaglieri e medaglia d’argento al V.M. alla memoria). Trasferito in Russia (alleata dell’Italia) ebbe l’incarico di far trasferire in Italia i prigionieri austro-ungarici di sentimenti italiani provenienti da Istria e Dalmazia.
Dopo la guerra rientrò finalmente a Fiume, partecipando all’impresa dannunziana. Fu eletto membro del Consiglio Nazionale e venne nominato Rettore per la Giustizia della Reggenza del Carnaro.
Conclusa l’avventura dannunziana, si dedicò all’attività di notaio, ma continuò anche l’attività politica, e nel 1929 divenne presidente della provincia di Fiume. Nel 1934 fu nominato dal re Vittorio Emanuele III senatore del Regno.
Dopo l’8 settembre 1943, non aderì alla R.S.I., ma non si schierò neppure con i partigiani di Tito, e per questa ragione fu inserito nella categoria dei “senatori responsabili di aver mantenuto il fascismo”.
Nel 1945, ormai avanti negli anni, decise di non abbandonare la sua città, nonostante le sollecitazioni di amici e cittadini. Il 21 maggio, durante una sua visita al commissariato per ritirare un documento, fu arrestato ed incarcerato senza specifiche accuse. Sulla sua fine non si hanno notizie certe, ma da una lettera del gennaio 1946 dell’avvocato Mandich di Abbazia risulterebbe che sia stato trasferito a Karlovac e successivamente fucilato.
Il provvedimento contro di lui del governo italiano fu cancellato il 29 marzo 1946 in quanto “ufficialmente disperso”.
Sulla tomba di famiglia a Sirolo nelle Marche, la moglie Lidia Urbani fece apporre una lapide in suo ricordo con la scritta “Per la Patria visse, per la Patria fu ucciso”.