San Marco Evangelista è dal 1949 la chiesa del quartiere Giuliano-Dalmata, anche se l’edificio non è più quello originario.
Storia della chiesa e della parrocchia
Al Villaggio Operaio dell’E42 era presente una piccola cappella per le necessità religiose degli operai, costruita nel maggio 1940. Dopo l’abbandono dei lavori e l’occupazione delle truppe americane, la cappella era stata usata come deposito e officina meccanica e versava in pessime condizioni.


Gli esuli appena giunti nel 1947-48 dovettero adattarsi e la usarono come chiesa (infatti fu proprio nella suddetta cappella che si celebrò il primo matrimonio in occasione dell’inaugurazione del Villaggio Giuliano. Era tuttavia necessario un rinnovamento, anche perché i frati appena giunti non avevano un luogo specifico in cui dormire e si adattavano a farlo in un locale dei “padiglioni”.

In quel periodo iniziale la cura spirituale degli esuli fu affidata temporaneamente ai Padri Passionisti, gli stessi che dovettero “caricarsi” la responsabilità degli eventi relativi all’apparizione della Madonna alla Grotta delle Tre Fontane a Bruno Cornacchiola il 12 aprile 1947.
La storia di questa apparizione, sebbene fuori dal nostro quartiere, all’epoca era dentro il territorio della Parrocchia e quindi è interessante conoscerla meglio (vedi link), e influì molto sui pensieri del nuovo parroco, padre Giovanni Martini.
LINK MADONNA TRE FONTANE
Il 25 aprile 1949, su iniziativa di mons. Antonio Santin, rovignese e vescovo di Trieste e Capodistria, e di Padre Alfonso Orlini di Cherso, Ministro Generale dei Frati Minori Conventuali nonché presidente dell’Ass. Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia, la cura delle anime del nascente Villaggio Giuliano fu affidata proprio ai Frati Minori Conventuali di Padova e venne chiamato il cappellano militare, nonché frate francescano, padre Giovanni Martini ad occuparsi della chiesetta nascente e degli esuli. La scelta dei frati padovani fu anche legata al ragionamento relativo alla vicinanza culturale e linguistica tra Padova e la Venezia Giulia che li avrebbe integrati più facilmente con gli esuli del Villaggio Giuliano.
In quei mesi la ristrutturazione della cappella rese necessario celebrare la Messa all’aperto oppure in uno dei padiglioni. I frati, inoltre, non avevano dove dormire, e gli furono assegnati dei piccoli alloggi in uno dei padiglioni. Padre Giovanni fu prestissimo aiutato da padre Umberto Melloni. I due disponevano di due mezzi di trasporto (padre Umberto possedeva una moto e padre Giovanni aveva rimesso in sesto un mezzo militare americano) necessari per spostarsi nell’enorme territorio che dovevano curare.
Inoltre, alla Città Militare della Cecchignola esisteva una cappella, e di queto si curò prevalentemente padre Umberto, successivamente aiutato da padre Tarcisio Lupieri.
Padre Orlini fece anche sì che gli stessi frati francescani si occupassero della parrocchia di SS. Pietro e Paolo all’EUR quando quella chiesa fu terminata qualche anno dopo.

A tempo di record fu realizzata la nuova chiesetta che fu intitolata a San Marco Evangelista (la scelta di San Marco fu in qualche modo obbligata: per evitare “gelosie” tra i vari campanili dell’Istria, si decise di ricorrere al patrono di Venezia, che era in qualche modo comune a tutti), esattamente nella stessa posizione della cappella (della quale si sfruttò l’abside), cioè in asse con il viale (futuro Viale Sinigaglia) e circondata dai pini dei giardini. La costruzione era costata ben 6 milioni di lire (di cui un milione dalla Presidenza del Consiglio, 300.000 lire da parte di Papa Pio XII e il resto a carico dell’Opera Profughi). Il progetto era stato redatto dal geom. Mariano Cannizzaro dell’Opera Profughi (anche lui esule al Villaggio Giuliano) e poteva ospitare, secondo Difesa Adriatica, circa 350 persone (in realtà un po’ di meno). La chiesa rimase poi la stessa per i successivi 25 anni.
La consacrazione avvenne l’8 dicembre 1949 da parte di Mons. Traglia, alla presenza del vicepresidente dell’Opera Profughi Ciampani e del presidente dell’A.N.V.G.D. padre Orlini. Nell’occasione, 30 bambini ricevettero la Prima Comunione e la Cresima (all’epoca si faceva tutto lo stesso giorno).
In realtà ancora fervevano i lavori, per cui la chiesa venne aperta al culto solo qualche giorno dopo.

Gli eventi procedettero rapidamente: la chiesetta fu eretta a Parrocchia già il 27 gennaio 1949 e la cerimonia ufficiale si tenne il 26 marzo 1950, alla presenza del cardinale Luigi Traglia. Nacque così la parrocchia di San Marco Evangelista in Agro Laurentino (la prima parrocchia di tutto l’attuale IX Municipio di Roma). Il territorio originario della parrocchia, come si intuisce anche dal nome, comprendeva un’enorme area di campagna attorno al Villaggio Giuliano, inclusa parte dell’Eur e la Cecchignola. Il primo parroco (come sappiamo già presente dall’anno prima) fu padre Giovanni Martini dei Frati Minori Conventuali.

Il 1950 fu anche Anno Giubilare, e nell’occasione giunsero a Roma anche numerosi esuli, che in gran parte si concentrarono al Villaggio Giuliano. Tra il 9 e l’11 settembre si tenne una grande “Pellegrinaggio-Raduno dei Giuliano-Dalmati” alla presenza dei soliti Mons. Santin, Padre Alfonso Orlini e Aldo Clemente, segretario dell’Opera Profughi. Come sempre, il raduno fu allietato dai canti e da un concorso canoro.
FOTO GIUBILEO
Nel giugno 1951 la chiesetta si arricchì di un nuovo elemento, la campana di bronzo, acquistata con una sottoscrizione degli stessi esuli del Villaggio. La campana fu benedetta con una cerimonia presieduta da padre Orlini, che tenne un infervoratissimo discorso (come ebbero a dire i presenti dell’epoca).
Altri elementi che si aggiunsero negli anni alla chiesetta furono la bella pala d’altare intitolata “Madonna dell’esilio” di Andrea Fossombrone, finanziata dalla famiglia Bracco e anche una Pietà (vedi foto)
Al momento dell’abbattimento della chiesetta la pala purtroppo finì per moltissimi anni in un sottoscala ed è stata recuperata e restaurata solo nell’ottobre 2025.
La Pasqua del 1953 vide la partenza del parroco Giovanni che tornò alla sua Padova. Dopo una brevissima parentesi di reggenza di un giovane frate Martino Penasa, nel maggio 1953 arrivò il nuovo parroco, padre Luigi Danielli da Trieste, che sarebbe rimasto per 15 anni, legando indelebilmente la sua figura a quella della Parrocchia di San Marco. Assieme a padre Luigi giunse sempre da Trieste fra’ Giulio Rella, sacrestano del Duomo ed esule da Pola, che si dedicò da subito ai giovani organizzando e guidando un bel gruppo di scout, che divenne il “motore” di numerose iniziative quali veglie, recite teatrali, incontri sportivi e gite. Fra’ Giulio è ancora oggi ricordato con immenso affetto dagli ex ragazzi dell’epoca, ora signori di 70 e più anni.


Il gruppo scout, Roma 27, gestito da fra’ Giulio, si riuniva inizialmente in piccole capanne erette nel piccolo giardino dietro la chiesetta, poi, con la costruzione delle nuove case, si spostarono in uno scantinato di Via Smareglia, da cui furono poi cacciati per gli “schiamazzi” e si trasferirono definitivamente in Via F.lli Reiss Romoli (dove ora ha sede la Biblioteca).
I “lupetti” dell’epoca ricordano ancora la divisa con berretto verde, camicia celeste e fiocco giallo. Della prima sede ricordano la presenza di un altare con un quadro della Natività e il testo del Cantico delle Creature di San Francesco. Erano divisi in quattro gruppi, Aquile, Gheppi, Leopardi e Linci.
I ragazzi più grandi invece indossavano un cappello da cowboy e camicia cachi e si chiamavano “Rover”.
Gli scout furono il centro della vita dei giovani del Villaggio e poi del Quartiere per tutto il periodo della permanenza di fra’ Giulio, organizzando sia attività religiose che gite, scampagnate, recite teatrali. Fra le attività più importanti la guardia al Santo Sepolcro a Pasqua, le processioni natalizie e i “fuochi del bivacco” il 23 aprile, San Giorgio (patrono degli scout) nel piccolo terreno dietro la chiesetta.

Nel novembre 1955 i fiumani offrirono alla chiesetta la statua del loro patrono San Vito.
Un’altra statua che trovò posto nella chiesa fu quella di Sant’Eufemia, patrona di Rovigno.
Queste statue furono salvate dalla Società di Studi Fiumani ed oggi sono collocate nell’Archivio-Museo Storico di Fiume.

Altri sacerdoti affiancarono padre Danielli durante la sua lunga permanenza al quartiere, tra cui padre Marcellino Mendini e padre Sebastiano Sartor.
Il 7 dicembre 1956 viene consacrata una nuova chiesa su Via dei Genieri alla Cecchignola. Poiché la nuova chiesa era più grande, disponeva di ampi locali anche per i frati ed aveva campi sportivi a disposizione e persino un piccolo teatro dove si potevano proiettare film, la titolarità della Parrocchia passò temporaneamente dalla chiesetta al Villaggio Giuliano alla nuova sede, anche se il “cuore” della Parrocchia rimase sempre al Villaggio.
I giovani dell’epoca ricordano ancora che padre Luigi portava nella sua giardinetta numerosi bambini (più dei quattro consentiti…) che data l’età non potevano spostarsi da soli da una sede all’altra.
La titolarità rimase quindi all’altra sede per quattordici anni, fino alla consacrazione della nuova chiesa di San Marco nel 1972. Nel 1979 la chiesa della Cecchignola si staccò definitivamente da San Marco diventando parrocchia autonoma con il nome di San Giuseppe da Copertino.


Durante tutti gli Anni ’50 e ’60 era soprattutto il momento del Natale il più significativo per i giovani della Parrocchia, con le recite e i presepi viventi organizzate dagli scout e con i presepi di cartapesta in chiesa.
Qui a fianco un presepio realizzato per il Natale 1958 da Umberto Micich, detto “Kennedy”, padre di Marino Micich, l’attuale direttore dell’Archivio-Museo storico di Fiume.
Nel novembre 1968 lasciano la Parrocchia dopo 15 anni di attività il parroco padre Luigi Danielli e il suo insostituibile aiutante, fra’ Giulio Rella (che morirà l’anno seguente a Trieste). Il nuovo parroco sarà padre Giulio Masiero.
FOTO
La vecchia chiesetta del Villaggio era ormai troppo piccola per le esigenze di un quartiere cresciuto moltissimo e quindi l’Opera Assistenza Profughi (che donò il terreno su cui sarebbe sotto l’edificio), assieme ai Frati Francescani iniziarono i lavori per la realizzazione di una nuova chiesa più grande e più moderna. Il progetto fu affidato agli architetti Ennio Canino, di rinomata fama, e a Viviana Rizzo, che aveva già lavorato con lui su altre chiese, mentre la direzione dei lavori andò all’ing. Paolo Giannelli. La prima pietra viene posta il 25 aprile 1970, festa di San Marco da parte del card. Angelo Dell’Acqua:


Il parroco padre Giulio non potè però vedere la nuova chiesa, in quanto nell’ottobre 1970 fu sostituito da un nuovo parroco, padre Benedetto Fortin.
La chiesa nuova fu costruita piuttosto rapidamente, tant’è che ci vollero meno di due anni per il suo completamento, nonostante fosse un edificio molto grande e piuttosto complesso.
FOTO COSTRUZIONE CHIESA NUOVA
La chiesetta fu quindi abbattuta e la nuova fu inaugurata il 29 maggio 1972 dal Cardinale Vicario mons. Angelo Dell’Acqua alla presenza di padre Vitale Bonmarco e del parroco Benedetto Fortin.
L’inaugurazione fu allietata dai canti del coro di Istria Nobilissima, e dall’esecuzione all’organo dell’Agnus Dei, tratto dalla Missa Dalmatica del musicista di Spalato Francesco De Suppé e dalle letture tenute da Bepi Nider.
La chiesa comprendeva più ampi spazi, uffici, un grande teatro sottostante (che avrebbe in breve assunto grande importanza presso i giovani del quartiere) ed una Cappella dedicata ai Santi Patroni Giuliani-Dalmati, abbellita quasi subito da un’opera del maestro Colella.
Davanti alla cappella fu collocata nel 1975 una lapide dedicata a due benefattori della nostra chiesa, mons. Raffaele Radossi, ultimo arcivescovo italiano di Parenzo e Pola, e padre Alfonso Orlini.












L’anno seguente, il 10 marzo 1973, San Marco assunse l’importante titolo cardinalizio, che tuttora conserva.
Il primo cardinale ad essere nominato fu il card. Emile Biayenda, congolese, assassinato in Congo nel 1977.
Nella foto, il cardinale assieme al parroco Benedetto Fortin al momento dell’assunzione della carica.
Proprio a suggellare il completamento della nuova chiesa e anche per ribadire la considerazione dei giuliano-dalmati presso il Vaticano (non dimentichiamo che una delle cause dell’esodo furono le persecuzioni religiose), venne la visita pastorale di Papa Paolo VI l’8 aprile 1973.
Durante l’omelia, il Papa pronunciò le seguenti parole: “Voi profughi avete sofferto molto. Con voi l’Italia si è arricchita, è diventata più buona”.




Nell’ottobre 1973 ulteriore avvicendamento: il padre Benedetto Fortin lascia la Parrocchia e diventa parroco padre Lorenzo Gottardello, che sarebbe rimasto titolare per 6 anni, fino ad un nuovo avvicendamento nell’ottobre 1979 con l’arrivo di padre Cristoforo Pasqual.
Nell’aprile 1982 vennero poste in chiesa delle nuove formelle della Via Crucis, opera di Umberto Montalbano (lo stesso autore del “Crocifisso urlante”. Durante la posa le formelle vennero illustrate dal critico d’arte prof. Luigi Talarico [maggiori info nella descrizione della chiesa]

Alla morte del cardinale Biayenda nel 1977, la titolarità cardinalizia della Parrocchia rimase vacante per alcuni anni, finché il 31 maggio 1983 la carica viene assunta dal card. Alexandre do Nascimento, vescovo di Luanda (Angola).
Il cardinale visse fino all’età di 99 anni e tenne quindi la carica fino al 28 settembre 2024.
Il 29 gennaio 1984 Papa Giovanni Paolo II compie la sua visita pastorale alla Parrocchia e al Quartiere Giuliano-Dalmata. Al momento, è l’ultima visita papale presso San Marco.










Il 28 maggio 1984 la Cappella dedicata ai Giuliano-Dalmati, presente fin dalla costruzione della chiesa nel 1972, si arricchì dei mosaici dei Santi Patroni della città istriane e dalmate. L’iniziativa fu frutto di un “Comitato per i santi Patroni della Venezia Giulia e Dalmazia”, ispirato da padre Flaminio Rocchi assieme ad Aldo Clemente, Giuseppe Nider, Silvano Drago ed altri personaggi in vista del quartiere. I mosaici furono realizzati dall’artista Nino Gortan, esule da Pinguente, supportato dalla Scuola Mosaicisti di Spilimbergo, la massima autorità in Italia in quel campo. I mosaici erano precedentemente stati benedetti da Papa Giovanni Paolo II il 1° maggio di quello stesso anno in Piazza San Pietro.


Nell’ottobre 1988 diventa parroco padre Giovanbattista (“Gianni”) Chiari che rimarrà per sei anni, seguito, dall’ottobre 1994 da padre Gabriele Maragno, che sarà quello che rimarrà più a lungo (dopo padre Luigi).
Il 18 maggio 1996 visita pastorale di S.E. Card. Camillo Ruini, all’epoca vicario del Papa e anche presidente della Conferenza Episcopale Italiana.
Il 13 dicembre 1996, caduto il “veto” dell’architetto Canino e dei suoi eredi (che non prevedeva nessun “abbellimento” nella chiesa di San Marco) fu inaugurata una bella vetrata dedicata a San Marco e agli esuli giuliano-dalmati. Questa fu realizzata grazie ad un iniziativa del sempre attivo Aldo Clemente e riporta l’evangelista Marco, la Basilica di San Marco a Venezia e gli stemmi delle cinque province “perdute” integralmente o parzialmente. La cerimonia di inaugurazione, con la benedizione da parte dell’Arcivescovo di Gorizia padre Vitale Bommarco, profugo da Cherso, ebbe la significativa presenza del sindaco di Gorizia Gaetano Valenti e di quello di Roma, Francesco Rutelli.
L’anno seguente, nel giugno 1997 fu inaugurata una seconda vetrata di fronte alla precedente, questa dedicata a San Francesco d’Assisi, in considerazione della presenza dei frati francescani in Parrocchia.
Nell’ottobre 2005 diventa parroco padre Annibale Marini, che era già stato presente a lungo nella Parrocchia negli Anni ’80. Sarà l’ultimo parroco francescano della Provincia Patavina.
Nel settembre 2013, dopo oltre 60 anni di presenza, i francescani della Provincia Patavina lasciano la Parrocchia di San Marco e subentrano i frati francescani della Provincia Rumena con il nuovo parroco, padre Adrian Matei, con una grande cerimonia alla presenza di Mons. Paolo Schiavon.
Solo due mesi dopo nel novembre 2013, però, padre Adrian – per il quale la carica di parroco stava risultando troppo onerosa psicologicamente – venne sostituito da padre Damian Frunza nominato dal card. Agostino Vallini.
Nel novembre 2016, dopo oltre 60 anni di permanenza, i frati francescani lasciano la cura della Parrocchia di San Marco. Già negli ultimi anni si era passati dai francescani della Provincia patavina ai francescani rumeni, ma ora la Parrocchia passava definitivamente alla gestione della Curia romana.
Il 27 novembre diventava ufficialmente parroco don Giulio Barbieri, che sarebbe rimasto fino al settembre 2024, coadiuvato nei primi anni da don Nelson Zubieta Vega.

Il 25 aprile 2017, festa di San Marco, per volere di don Giulio e con la partecipazione del Comitato di Roma ANVGD, veniva finalmente collocato il Leone di San Marco sulla facciata della chiesa. Il leone, dono della famiglia Foscari di Venezia (vedi avanti i dettagli), era rimasto per oltre 40 anni nel sottoscala a causa del veto imposto dall’arch. Canino.
La solenne cerimonia, presieduta dal vescovo, veniva allietata dal canto della Preghiera dell’Esule intonato da Ferruccio Conte.

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Nell’ottobre 2024, su richiesta dello stesso Santo Padre, il parroco don Giulio veniva trasferito alla sua precedente parrocchia a Tor Bella Monaca, e i sacerdoti di quella parrocchia venivano a San Marco, nelle persone di don Mario e don Alessandro.
Inizialmente la carica di parroco sarebbe dovuta andare a don Alessandro, ma i suoi impegni presso la Curia convincevano il vescovo a nominare nuovo parroco don Mario Mesolella nel dicembre 2024.
Nell’ottobre 2025 la pala d’altare di Andrea Fossombrone, originariamente collocata nella vecchia chiesetta del Villaggio Giuliano, e successivamente tenuta in un sottoscala della nuova chiesa (sempre per il veto dell’arch. Canino a collocare alcunché nella chiesa), veniva finalmente restaurata da parte del Comitato di Roma ANVGD su forte spinta della sua presidente Donatella Schürzel e ricollocata in une degna posizione all’interno della chiesa, dopo una toccante cerimonia presieduta dal card. Baldo Reina.
I parroci e i sacerdoti
Qui di seguito brevi biografie dei parroci di San Marco, seguite da quelle degli altri sacerdoti e frati che operarono nella nostra Parrocchia (eccetto fra’ Giulio Rella che ha una biografia a parte tra i “personaggi”):

Padre Giovanni Martini [Revò (TN) 1920, Montebelluna (TV), 2006], primo parroco di San Marco dal 1949 al 1953, in gioventù visse per due anni a Cherso e poi entrò in seminario a Padova dove prese i voti nel 1942 e diventò frate francescano. Nel 1944 fu nominato cappellano militare a Treviso (esperienza dolorosa nel mezzo della guerra). Dopo la guerra passò per Trieste e Sabaudia, dove fu cappellano militare. Da lì fu chiamato da padre Orlini a gestire la nascente parrocchia del Villaggio Giuliano nel 1949.
Dopo pochi anni, nel 1953, lasciò l’incarico a causa di una depressione, tornando in Veneto, in Valdobbiadene, dove morì molti anni dopo.
Durante gli anni come parroco ebbe tre collaboratori: padre Luigi de’ Concini al Villaggio e i padri Umberto Melloni e Tarcisio Lupieri che gestivano una cappella alla Cecchignola.

padre Luigi Maria Danielli [ Milano, 1909-Roma, 1981], francescano, fu parroco dal 1953 al 1968, più a lungo di ogni altro.
Entrò in seminario a 23 anni e divenne sacerdote nel 1941. Si inserì a Trieste dove divenne assistente ecclesiastico dell’ASCI. Poi passò per la Francia, poi a Roma, poi di nuovo a Trieste e infine nel 1953 fu nominato parroco a San Marco, dove rimase molto a lungo, contribuendo tra l’altro a sviluppare i gruppi scout assieme all’indimenticabile fra’ Giulio Rella (biografia a parte). Fu anche nominato prefetto dei parroci di zona.
Nel 1968 divenne penitenziere a San Pietro in Vaticano e poi cappellano della Gendarmeria Pontificia. Si spense nel 1981 al Gemelli, benedetto dal papa ricoverato anche lui.

padre Giulio Masiero [Legnaro (PD), 1915-Padova, 1990], francescano, entrò in convento nel 1929 e poi completò gli studi a Cherso, Brescia, Innsbruck e Padova. Fu ordinato sacerdote a Roma nel 1941. Dopo alcuni anni itineranti in vari conventi italiani, fu inviato a Stoccolma nel 1953 dove assistette gli immigrati italiani per 15 anni (e questa opera gli valse il riconoscimento di Cavaliere della Repubblica). Nel 1968 venne nominato parroco a San Marco, carica che ricoprì fino al 1970.
Dopo questa breve esperienza divenne delegato provinciale delle Missioni e della Milizia dell’Immacolata. Nel 1975 fu nuovamente inviato all’estero come rettore della Minoritenkirche di Vienna, dove rimase per 15 anni. Durante un breve soggiorno a Padova fu colto da malore e morì improvvisamente.

padre Benedetto Fortin [Pernumia (PD), 1934-Padova, 1992], francescano, entrò in seminario nel 1948, poi studiò a Padova e infine a Tolosa in Francia. Girò molto negli anni successivi, prima a Padova, poi in Francia (dove poi tornò, svolgendo un importante apostolato a Lourdes), di nuovo a Padova e dal 1970 al 1973 fu parroco a San Marco. Tornò poi in Veneto e dal 1982 rimase a Padova.
Delicato verso gli altri, cordiale ed estroverso, entrava facilmente in relazione con gli altri. La salute però non lo aiutò con gravi problemi cardiaci e di diabete, tali che i medici gli consigliarono presto di fare “una vita di riposo”. Ciò nonostante, a soli 58 anni morì nella sua Padova.

padre Lorenzo Gottardello (parroco 1973-1979)

padre Cristoforo Pasqual [Eraclea (VE), 1925-Quarto d’Altino (VE), 2004], francescano, al secolo Angelo, entrò in seminario nel 1937 e venne ordinato sacerdote a Padova nel 1952. Per 15 anni fu un educatore, ad Assisi come rettore dei fratini e a Padova come maestro dei novizi. Divenne viceparroco a Milano nel 1967 e poi parroco a Roma, prima a SS. Pietro e Paolo (1970-79) e poi a San Marco (1979-1988). Si spostò successivamente a Vicenza, dove riuscì a far restaurare la chiesa di San Lorenzo, e poi a Padova.
Come parroco è ricordato per il suo facile contatto con la gente e per la sua costante presenza soprattutto con gli afflitti e i malati.
Morì nel 2004 a causa di un incidente stradale. I soccorritori trovarono il corpo con un rosario tra le mani.

padre Giovanbattista (Gianni) Chiari (parroco 1988-1994)

padre Gabriele Maragno (parroco 1994-2006)

padre Annibale Marini (parroco 2006-2013)

padre Adrian Matei (parroco 2013), francescano della Provincia Rumena, fu costretto ad abbandonare la carica di parroco per la sua difficoltà a reggere il grande carico di responsabilità.

padre Damian Frunza (parroco 2013-2016), francescano della Provincia Rumena, sostituì dopo pochi mesi padre Adrian.

don Giulio Barbieri (parroco 2016-2024)
coadiuvato da don Nelson Zubieta Vega.
Don Giulio giunse a San Marco provenendo da Tor Bella Monaca trovando quindi un ambiente molto diverso. Negli anni si ambientò molto bene e costituì nella Parrocchia una comunità neocatecumenale.

don Mario Mesolella (parroco 2024- ) giunto ad ottobre 2024 assieme a don Alessandro, che avrebbe dovuto essere il nuovo parroco. A causa degli impegni in Curia di quest’utlimo, fu poi proprio don Mario a diventare parroco a dicembre 2024.
Qui le brevi biografie di alcuni altri sacerdoti e frati che hanno operato nella nostra Parrocchia. Altri frati e sacerdoti che operarono nella nostra Parrocchia ma di cui non abbiamo biografie furono padre Martino Penasa, padre Luigi De’ Concini (morto nel 2012), don Giovanni Lisowki, padre Marcellino Mendini, padre Vittorino Bommarco, padre Fiorenzo Crivellari, padre Gateano Pezzicara e molti altri negli anni più recenti.
Padre Umberto Melloni [Montecchio (RE), 1916-Ande, 1963], frate francescano, fu ordinato sacerdote nel 1943 ed operò ad Udine fino al 1948 (dove realizzò persino un film sulla vita dei frati). Dal 1949 al 1954 fu alla nostra Parrocchia, con l’incarico di gestire la piccola cappella alla Cecchignola. Passò poi a SS. Pietro e Paolo all’Eur e fu poi mandato in Costarica per assistere gli italiani delle piantagioni di caffè. Rientrato in Italia, fu poi destinato nuovamente al Sudamerica, ma l’aereo su cui volava precipitò sulle Ande il 6 febbraio 1965.
Padre Tarcisio Lupieri [Pirano (Istria), 1907-Valdobbiadene (TV), 1998], frate francescano, iniziò il noviziato giovanissimo e dopo il liceo a Cherso diventa sacerdote nel 1931 a Venezia. Inizialmente operò nella natìa Istria e dopo l’esodo in numerose comunità tra cui dal 1950 al 1953 nella nostra Parrocchia dove coadiuvò padre Umberto alla cappella della Cecchignola. Poi si spostò in Francia e dal 1971 a Trieste dove si unì alla comunità neocatecumenale. Dotato di grande talento musicale, compose anche canti liturgici.
Padre Celestino Blasi [Sfrunz (TN), 1890-Valdobbiadene (TV), 1990], frate francescano, si trasferì a Cherso dove entro in noviziato e venne ordinato sacerdote nel 1912. Fu cappellano militare dell’esercito austro-ungarico durante la guerra e poi passò a Padova. Divenne successivamente rettore a Camposampiero (Valdobbiadene) dove venne ricordato per la sua rettitudine ma anche forse per un eccessivo rigore. Passò poi come guardiano in diverse altre località fino a giungere a Roma a San Marco e poi a SS. Pietro e Paolo. Nel 1961 fu trasferito a Sabaudia. In tarda età tornò in Valdobbiadene dove trascorse diversi anni ammalato per poi morire nel 1990 alla veneranda età di 100 anni.
Padre Vincenzo Corradini [Rallo (TN), 1907-Treviso, 1983], frate francescano, entrò in convento giovanissimo nel 1921. Fu ordinato sacerdote a Venezia nel 1931. Passò poi per diverse località e infine missionario in Albania (Berat) dal 1940 al 1943. Rientrato in Italia, nel 1948 salpò per l’Argentina, dove fu uno dei fondatori della Custodia Rioplatense. Dopo 10 anni rientrò in Italia a Padova, poi a Sabaudia e alla nostra parrocchia di San Marco. Nel 1968 fu trasferito a Treviso dove si dedicò all’assistenza spirituale delle fraternità francescane dell’OFS. Da tempo diabetico, morì improvvisamente nel 1983.
Padre Ambrogio Mosconi [Vermiglio (TN), 1908-Valdobbiadene (TV), 1988], frate francescano, entrò in convento giovanissimo nel 1919. Fu ordinato sacerdote a Venezia nel 1931. Passò poi per Trieste (1938-1952) dove rimase molto affezionato alla comunità locale. Successivamente passò altre località, per poi giungere a Roma, dapprima alla Curia generalizia e poi a San Marco. Tornò infine in Veneto per ragioni di salute e rimase a Treviso dal 1976 in poi, dove si dedicò all’orto e alle attività religiose finché la salute cagionevole glielo consentirono.
Padre Antonio Pecar [Trieste, 1922-2002], frate francescano, entrò in convento a Padova nel 1945 dopo il diploma di ragioniere e divenne ordinato presbitero nel 1952. Negli anni successivi girò l’Italia tra Milano, Treviso e Rio della Pusteria, per approdare a Roma a SS. Pietro e Paolo nel 1960 (ma vi era già stato brevemente nel 1953-55) e poi a San Marco per moltissimi anni dal 1970 al 1999. Rientrato a Trieste, morì poco dopo nel 2003.
A San Marco rimase quasi 30 anni (ma anche quando era a SS. Pietro e Paolo spesso passava alla nostra Parrocchia), ricordato per il suo stile asciutto, essenziale e molto riservato, talvolta scontroso, tant’è che i giovani di quegli anni lo temevano molto. Aveva interessi culturali molto forti verso la musica, la letteratura e ovviamente la Chiesa.
Padre Sebastiano Sartor [Mogliano Veneto (TV), 1920-Gazzolo (MN), 2002], frate francescano, al secolo Luigi. A 13 anni entra nel collegio francescano e diventa novizio a Padova. Passa per Cherso e infine torna a Padova dov’è ordinato sacerdote nel 1946. Seguì una lunga ed intensa stagione di apostolato in numerosi conventi sparsi per l’Italia. Dal 1957 fu a San Marco dove rimase fino al 1967 e poi a Sabaudia (1967-73) dove fu parroco e poi di nuovo a Roma a SS. Pietro e Paolo per moltissimi anni fino al 1996. Negli ultimi anni fu nella comunità dei frati di Gazzolo (MN) durante la malattia che poi lo condusse alla morte nel 2002. Durante tutto il suo sacerdozio fu ricordato soprattutto per il suo animo di fanciullo che gli facilitò l’approccio con i bambini e i ragazzi.
Padre Graziano Bastianello [Villatora (PD), 1924-Brescia, 1985], frate francescano, entrò in convento nel 1940 e fu ordinato sacerdote a Praglia (PD) nel 1954. Dopo Padova si spostò a Como e poi a San Marco a Roma. Successivamente fu mandato al Sacro Convento di Assisi e poi nel Nord Italia. Gli era particolarmente gradito l’ufficio di cerimoniere che esercitò a lungo. Non ebbe incarichi di rilievo, ma su sempre apprezzato per la sua indole socievole e spontanea. Ammalatosi di tumore fu ricoverato a Brescia, ma fu tutto inutile, come lui stesso aveva da tempo compreso appieno.
Padre Giacinto Comisso [Gradiscutta (UD), 1907-Valdobbiadene (TV), 1983], frate francescano, entrò in convento nel 1921 e fu ordinato sacerdote a Venezia nel 1931. Fu poi inviato a Pola e altre località. Durante la guerra prestò servizio come cappellano militare nella base dei sottomarini di Bordeaux in Francia. Passò poi a Roma, prima a SS. Pietro e Paolo e poi a San Marco e infine a San Giuseppe da Copertino. La sua grande passione era la predicazione, soprattutto sui temi dell’Eucarestia e della Passione, e per questo era molto richiesto. Sofferente di cuore, chiese di finire i suoi giorni in Valdobbiadene, dove morì poco dopo.
Padre Clemente Matteazzi [Borgoricco (PD), 1907-Roma, 1980], frate francescano, entrò in convento nel 1919 a soli 12 anni e fu ordinato sacerdote a Venezia nel 1930. Fu per molti anni cappellano militare in Abissinia e durante la Seconda Guerra Mondiale, quando fu catturato dagli inglesi e inviato in prigionia in India. Dopo la guerra giunse a Roma, dove rimase per tutto il resto della sua vita, prima ai SS. XII Apostoli, poi a San Marco e infine a SS. Pietro e Paolo. Nel 1967 fu scelto come visitatore delle parrocchie romane, ma l’attività nella quale si distinse maggiormente fu l’insegnamento della religione delle scuole superiori. Alla sua morte, dopo una lunga agonia, il card. Poletti affermò: “La diocesi ha perduto una persona carissima e un grande collaboratore”.
Padre Fausto Casa [Pieve di Torrebelvicino (VI), 1922-Vadobbiaddene (TV), 1989], frate francescano, entrò in convento nel 1933 a soli 12 anni e fu ordinato sacerdote nel 1947. Esercitò inizialmente nella formazione spirituale e culturale prima in Valdobbiadene e poi a Brescia per 13 anni (1955-1968) dove divenne rettore del liceo. Fu poi a Padova come direttore delle Edizioni Messaggero Padova, e dal 1978 a Roma, dapprima a SS. Pietro e Paolo e poi cooperatore a San Marco. Fu molto apprezzato dai fedeli che gli furono vicini durante un ricovero in ospedale. Ammalatosi di tumore, tornò a Valdobbiadene dove morì col sorriso sulle labbra.
Fra Natale De Santi [Sant’Antonino (TV), 1917-Roma, 1994], frate francescano, entrò in convento a Brescia nel 1936 ed emise la professione solenne a Cherso nel 1942, ma non fu mai ordinato sacerdote. Dopo la guerra girò molti conventi e poi giunse a Roma a San Marco dive rimase molti anni come sacrestano. I giovani degli Anni ’60 lo ricordano quando curava il piccolo giardino della chiesetta cacciando con la scopa gli stessi ragazzini che si intrufolavano. Fu poi comandato a SS. Pietro e Paolo dove rimase sino alla morte. Di animo semplice, non era esente da momenti di ira che però duravano poco e non facevano arrabbiare nessuno. La fibra solida fu demolita negli anni dagli acciacchi e la morte giunse non inattesa.
Padre Salvatore Stagni [Ustrine, Is. Lussino, 1926-Bibione (VE), 2004], al secolo Giuseppe, frate francescano. Entrò in seminario nel 1938 a soli 12 anni, poi a Cherso frequentò le scuole e iniziò il noviziato a Padova nel 1943. Fu ordinato sacerdote a Padova nel 1952. Per tutta la vita si sentì esule, essendo la sua isola natìa passata alla Jugoslavia, e quindi il periodo passato al Villaggio Giuliano gli fu certamente congeniale. Girò moltissimo, anche in America, e in molti luoghi in Italia, per ultima Padova dal 1989. Morì di un malore improvviso mentre era a Bibione, davanti al suo mare.
Padre Rodolfo De Concini [Tuenno (TN), 1925-Cles (TN), 1997], frate francescano. Entrò in seminario a 12 anni, poi studiò a Cherso, Brescia e infine a Padova il corso teologico. Nel 1952 diventa sacerdote. Nei primi anni girò molto in Veneto e poi a Roma, a SS. Pietro e Paolo e a San Marco, fino al 1964. Dopodiché fu a Como, dove rimase tutto il resto della sua vita, fino quasi alla morte, quando volle essere vicino alla sua famiglia in Trentino. D’indole riservata, silenzioso, preferiva rendersi utile con mansioni umili. anche se fu a lungo insegnante.
Fra Leone Giusto [Sant’Ambrogio (PD), 1907-Valdobbiadene, 1988], frate francescano, entrato giovane in convento, emise la professione solenne a Cherso nel 1935, ma non fu mai ordinato sacerdote. Girò molti conventi, tra cui Cherso, Rio di Pusteria, Padova e infine fu a San Marco a Roma. Ripartì nel 1970 per Treviso e poi per Valdobbiadene, dove rimase dal 1979 sino alla morte. Ovunque andò, svolse compiti umili ma utili, lavorando in convento, in cucina, nell’orto. Sua caratteristica era una letizia ed una serenità propriamente francescane. Quando morì disse “grazie” a chi lo circondava.
Descrizione della chiesa e delle sue opere d’arte
L’attuale chiesa di San Marco è un’opera architettonica di grande pregio realizzata dagli architetti Ennio Canino e Viviana Rizzo, da sempre “specializzati” in architettura religiosa.
L’incarico per la realizzazione del progetto lo ricevettero nel 1966 dalla Provincia di Padova dei Frati Minori Conventuali, in accordo con l’Opera Assistenza Profughi che avrebbe ceduto il terreno. Finito il progetto un’anno dopo, iniziò l’iter burocratico che si concluse nell’aprile 1969.
Si poté quindi procedere alla posa della prima pietra (25 aprile 1970) e all’inizio dei lavori, che procedettero molto rapidamente, nonostante una variante nel progetto iniziale, anche per merito dei direttore dei lavori ing. Paolo Giannelli e dei costruttori Franco Drisaldi e Sergio Capuano.
La nuova chiesa fu quindi inaugurata il 29 maggio 1972.
La chiesa si presenta come una “sintesi architettonica” tra la modernità e le esigenze pastorali, senza sottostare alle “mode” e tenendo soprattutto conto della tradizione e della finalità dell’edificio, in particolare mantenendo il rapporto fondamentale tra aula (navata) e presbiterio, pur utilizzando soluzioni architettoniche non tradizionali.
La facciata della chiesa è caratterizzata da una forma avvolgente e l’ingresso è sovrastato dalla caratteristica forma ellittica della “barca” o “navicella”, che si ripete in altre strutture della chiesa stessa (ad esempio, la copertura del presbiterio). Tale forma richiama i natanti in fuga degli esuli giuliano-dalmati. Gli stessi materiali grezzi utilizzati (il marmo e il cemento) richiamano la sofferenza degli esuli.


Sopra la “barca” è collocato dall’aprile 2017 un altorilievo del Leone di San Marco. La collocazione fu fortemente voluta dal parroco don Giulio e dalle associazioni dell’esodo giuliano-dalmata, con una toccante cerimonia alla presenza del vescovo e allietata dalla Preghiera dell’esule intonata da Ferruccio Conte.


Il leone era stato donato per essere collocato sulla facciata della nuova chiesa dalla famiglia Foscari di Venezia già nel 1972 ma il veto dell’arch. Canino fece collocare il suddetto leone in “sottoscala” all’ingresso del Teatro.
La storia del leone è in realtà più antica: la famiglia Foscari l’aveva fatto scolpire subito dopo la Prima Guerra Mondiale per donarlo a Gabriele D’Annunzio che avrebbe dovuto portarlo in una delle città della Dalmazia dopo un’ipotetica (e mai avvenuta) assegnazione di tali città all’Italia.
Il leone non è una scultura a tutto tondo, ma è un altorilievo da osservare solo dal lato anteriore.

Va qui ricordato che già sulla facciata della vecchia chiesetta vi era un bassorilievo del leone di San Marco, attualmente conservato sulla facciata dell’Archivio-Museo storico di Fiume.
L’interno della chiesa si presenta con una grande ed ariosa navata unica senza colonne che “sfocia” nel presbiterio a forma ellittica e sorretto da due grandi pilastri in cemento. Anche qui i materiali prevalenti sono grezzi, eccetto il pavimento, rifatto nel 2017 in travertino persiano.


Numerose opere d’arte abbelliscono la navata principale.

Sopra la grande porta d’ingresso è collocata una vetrata detta del “Calvario”, realizzata da Amedeo Colella (lo stesso che ha realizzato anche il Monumento all’Esilio in Piazza): la vetrata dominata dal colore rosso rappresenta chiaramente una croce, ma la forma e il colore con il rosso posizionato verticalmente e affiancato dal marrone richiamano una foiba (luogo del martirio di migliaia di giuliano-dalmati).

Sul lato destro dell’ingresso è posto il grande “Crocifisso urlante” (vero nome “Il Cristo dell’ultima ora”), opera di Umberto Montalbano. L’opera, molto inquietante, mostra Cristo sofferente. Nonostante l’apparenza, l’opera non è una scultura bronzea.

Sul lato sinistro è posta la grande pala d’altare della “Madonna dell’Esilio” di Andrea Fossombrone. Anch’essa era originariamente collocata nella vecchia chiesetta del Villaggio Giuliano, e successivamente tenuta in un sottoscala della nuova chiesa (sempre per il veto dell’arch. Canino a collocare alcunché nella chiesa). L’opera è stata finalmente restaurata da parte del Comitato di Roma ANVGD su forte spinta della sua presidente Donatella Schürzel e ricollocata nell’ottobre 2025, dopo una toccante cerimonia presieduta dal card. Baldo Reina.
Il dipinto riproduce la Madonna con Bambino su un trono con gli stemmi delle provincie perdute della Venezia Giulia, affiancata da due angeli; in basso, al centro, San Girolamo patrono della Dalmazia accanto al leone di San Marco, e sulla destra San Tomaso con l’Arena di Pola e a sinistra San Vito con la Torre Civica di Fiume; sullo sfondo si vede un campanile tipico dell’Istria e della Dalmazia.
Ai lati della navata, le formelle delle stazioni della Via Crucis, opera di Umberto Montalbano (lo stesso del “Crocifisso Urlante”), montate nell’aprile 1982.
Una curiosità: Simone di Cirene che nella V Stazione aiuta Gesù a portare la Croce fu raffigurato con l’immagine di padre Cristoforo, parroco del tempo.


Alla fine della navata, sul lato destro, statua bronzea della Madonna di Tino Perrotta e sull’altro lato una statua di San Francesco.

Nello spazio di collegamento tra la navata e il presbiterio si trovano due lunghe finestre attualmente abbellite da vetrate.
Nel dicembre 1996, caduto il “veto” dell’architetto Canino e dei suoi eredi fu inaugurata la vetrata dedicata a San Marco e agli esuli giuliano-dalmati. Questa fu realizzata grazie ad un iniziativa del sempre attivo Aldo Clemente La cerimonia di inaugurazione, con la benedizione da parte dell’Arcivescovo di Gorizia padre Vitale Bommarco, profugo da Cherso, ebbe la significativa presenza del sindaco di Gorizia Gaetano Valenti e di quello di Roma, Francesco Rutelli.
La vetrata riporta in alto l’evangelista Marco con il leone ai suoi piedi; sotto, la Basilica di San Marco a Venezia e, in basso, gli stemmi dei cinque territori storici “perduti” integralmente o parzialmente [la capra dell’Istria, i tre leoni della Dalmazia, l’aquila di Fiume, il castello di Gorizia e l’alabarda di Trieste].
Sull’altro lato, nel giugno 1997 fu inaugurata una seconda vetrata di fronte alla precedente, questa dedicata a San Francesco d’Assisi, (in considerazione della presenza dei frati francescani in Parrocchia).
La vetrata riporta in alto San Francesco con il Vangelo assieme a Santa Chiara, sotto alcune colombe; sotto, la chiesa di San Francesco ad Assisi e, in basso, lo stemma francescano [le mani con le stimmate e il motto “pax et bonum”] e lo stemma di Giovanni Paolo II [quando fu realizzata la vetrata].
Il presbiterio a forma ellittica è sorretto da due grandi pilastri in cemento (simbolo degli alberi delle navi degli esuli oppure dei rotoli delle Sacre Scritture), ed è collegato direttamente alla navata centrale. Anche qui i materiali prevalenti sono il cemento “a vista” e il marmo grezzo.
L’illuminazione proviene da finestre lunghe e strette poste lateralmente e da una grande finestra che prende tutta la parte sotto il tetto: dato l’orientamento della chiesa verso sud, la luce proveniente da sole illumina come un “segno” di speranza gran parte della navata.
L’altare di bronzo è sovrastato da tre “mandorle”, una bronzea e due di marmo (simboli della divinità e anche del passaggio dal terreno al trascendentale).




La forma ellittica dell’abside è ben visibile anche dall’esterno:


Cappella dei Santi Patroni
Già al momento della costruzione della nuova chiesa di San Marco nel 1972 fu realizzata la “cappella dei Santi Patroni giuliano-dalmati” per volere dell’Opera Assistenza Profughi e del suo segretario Aldo Clemente. La cappella fu collocata di fronte all’ingresso del teatro, in posizione molto bassa.
La cappella fu presto decorata da una vetrata realizzata da Amedeo Colella, ma il momento chiave fu il 28 maggio 1984 quando la Cappella si arricchì dei mosaici dei Santi Patroni della città istriane e dalmate. I mosaici furono realizzati dall’artista Nino Gortan, esule da Pinguente, supportato dalla Scuola Mosaicisti di Spilimbergo, la massima autorità in Italia in quel campo. I mosaici erano già stati benedetti da Papa Giovanni Paolo II il 1° maggio di quello stesso anno in Piazza San Pietro.
Attualmente la cappella si presenta come un piccolo ambiente ad navata unica in discesa, con la luce naturale proveniente solo da dietro l’abside (dove si trova la vetrata di Colella), e l’ingresso lateralmente all’inizio della navata.



La vetrata, realizzata da Amedeo Colella nel 1972, rappresenta alcuni santi rappresentativi del mondo giuliano-dalmata: a sinistra Sant’Eufemia (patrona di Rovigno), martirizzata con una ruota dentata; San Simeone (patrono di Zara) con un bambino; al centro, San Tomaso (patrono di Pola) che mette il dito nel costato di Gesù; a destra, San Vito (patrono di Fiume), martirizzato con la pece bollente.
I mosaici, come detto, sono stati eseguiti da Nino Gortan e dalla Scuola Mosaicisti di Spilimbergo e rappresentano i patroni delle più importanti città e paesi dell’Istria e della Dalmazia (ovviamente non sono rappresentati tutti).

Nell’abside si trovano i due mosaici dedicati a San Marco (patrono di Venezia e in un certo senso “patrono” di tutti i giuliano-dalmati), e alla Madonna della Salute con il Bambino (patrona di Neresine).

Sulla parete di fondo sono rappresentati (da sinistra a destra): San Nicolò (patrono di Pisino), Sant’Eufemia (patrona di Rovigno), Sant’Anastasia (patrona di Zara) e San Girolamo (patrono della Dalmazia).

Sulla parete laterale, nella prima parte, sono rappresentati (da sinistra a destra) Sant’Ilario e San Taziano (patroni di Gorizia), Santo Stefano (patrono di Montona), San Isidoro e San Gaudenzio (patroni di Cherso e di Ossero), San Martino (patrono di Lussinpiccolo)

Nella seconda parte della parete laterale sono rappresentati (da sinistra a destra) San Giorgio (patrono di Laurana e di Pinguente), San Tomaso (patrono di Pola), San Nazario e San Servolo (patroni di Capodistria e di Buie), San Biagio (patrono di Dignano), San Mauro e San Giusto (patroni di Parenzo e di Trieste) e Santi Vito e Modesto (patroni di Fiume)
Il teatro “Sammarco”

Nel giugno 1978 si ebbe la prima di uno spettacolo al Teatro della Parrocchia, all’epoca senza nome (nella locandina compare come “teatro sottostante la chiesa”), ma più tardi battezzato “Teatro Sammarco”: si trattava del musical Jesus Christ Superstar preparato dai ragazzi della Parrocchia con la regia di Fabio Rocchi (nipote di padre Flaminio).
Iniziava così una lunghissima tradizione di spettacoli teatrali presentati da compagnie amatoriali della parrocchia stessa, tradizione che continua tutt’ora.
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