Per ovvie ragioni di spazio e dell’intento di questa “Guida”, le informazioni sulla storia di queste terre è necessariamente molto “compressa”. Nella bibliografia sono indicati molti testi che possono essere utilmente letti per gli approfondimenti.
Dall’antichità alla Prima Guerra Mondiale
Le regioni della fascia costiera dell’Adriatico orientale furono romanizzate a partire dal 221 a.C. Già nel 177 a.C. l’Istria può dirsi completamente conquistata (Augusto nominerà la X Regio “Venetia et Histria” e conferirà ai suoi abitanti la cittadinanza romana). Simbolo di questi eventi è la bellissima Arena nella città di Pola. La Dalmazia fu assoggettata nel I sec. a.C. e divenne provincia romana nel 11 d.C. Dopo la caduta dell’Impero Romano, l’Istria fu contesa tra Goti e Bizantini, mentre la Dalmazia rimase un po’ più stabilmente bizantina.
Tra il VI e l’VIII secolo le prime popolazioni slave giunsero nei Balcani, stabilendosi prevalentemente nell’interno, lasciando alle popolazioni autoctone neo-latine il controllo delle coste dalmate e di gran parte dell’Istria, ma spesso attaccando e saccheggiando quelle aree molto più ricche. Risale quindi al Medioevo quella contrapposizione costa-interno e città-campagna che caratterizzerà fino al ‘900 la storia politica, economica e sociale di quelle terre.
Durante tutto l’Alto Medioevo l’Istria fu contesa tra il Patriarcato d’Aquileia, i conti di Gorizia e successivamente gli Asburgo d’Austria, mentre la Dalmazia era contesa tra i liberi comuni costieri e il Regno dei Croati.
Tra il IX e il X secolo la nascente Repubblica di Venezia inizia a far sentire la sua influenza sulle coste orientali dell’Adriatico, prima con il commercio e successivamente con la vera e propria conquista. In alcuni casi le città lottarono per mantenere la propria autonomia, in altri casi di dettero volontariamente a Venezia. Dal 1420 praticamente tutta l’Istria e la Dalmazia (ma non Trieste e Fiume che sostanzialmente rimasero sempre asburgiche) sono parte di Venezia, in quello che fu chiamato lo “Stato da Mar” (per distinguerlo dai possedimenti nell’entroterra italiano). Venezia mantenne il controllo di queste terre fino al 1797. Durante questo lungo periodo la popolazione autoctona si fuse completamente con i veneziani. Difatti il dialetto parlato dagli italiani di queste terre era (ed è) un dialetto definito “istro-veneto”. Va notato che anche le città di Trieste e Fiume subirono comunque l’influsso veneziano e furono culturalmente assimilate alle aree venete. Nell’interno, invece, premevano sempre di più le popolazioni slave che in Dalmazia ridussero il controllo degli italiani alle sole città costiere e alle isole.
Con il Trattato di Campoformio del 1797 le terre veneziane furono cedute da Napoleone all’Austria. Dopo gli ulteriori sconvolgimenti causati dalle imprese napoleoniche e quindi una breve parentesi di dominio francese, dal 1815 l’Austria inglobò quelle terre in via definitiva. L’amministrazione asburgica portò un’efficiente burocrazia e si mostrò equa nei confronti delle diverse popolazioni. In queste ultime (cioè italiani, sloveni e croati) iniziò la presa di coscienza nazionale spinta dal crescente ideale di “nazione” e nacquero i primi germi di quell’antagonismo etnico che sarebbe esploso un secolo più tardi. La situazione cambiò a partire dal 1861 quando, con la nascita dello stato italiano (e più ancora dopo la Terza Guerra d’Indipendenza del 1866), l’Austria iniziò a diffidare maggiormente degli italiani che auspicavano una riunificazione con la madre patria, e con la politica del “dividi et impera” favorì la contrapposizione tra slavi e italiani favorendo i primi che si dimostravano meno propensi a staccarsi dall’Impero. Momento cruciale fu l’ordinanza dell’imperatore Francesco Giuseppe che alla fine del 1866 decretò la necessità di procedere alla slavizzazione di Istria e Dalmazia. Ciò rafforzò il fenomeno dell’irredentismo, cioè la volontà di riunificazione alla “madre patria” Italia) Va detto però che la convivenza tra le etnie rimase sostanzialmente buona fino ad almeno la fine della Prima Guerra Mondiale.
La Prima Guerra Mondiale (1914-18) si concluse con la vittoria dell’Italia sull’Impero Austro-Ungarico e la conseguente riunificazione all’Italia dell’Istria, delle isole del Quarnero e della città di Zara (Trattato di Rapallo, 1920). L’auspicata annessione della Dalmazia prevista dal Patto segreto di Londra non ebbe luogo, perché la dissoluzione dell’Impero portò alla nascita di una nuova entità statale, la Jugoslavia, che comprensibilmente volle annettere tutti quei territori a maggioranza slava.
Rimase irrisolta per qualche anno la questione della città di Fiume, non compresa nei trattati di Pace. Fiume fu prima occupata da D’Annunzio che istituì uno “Stato Libero” (1920) e successivamente annessa all’Italia nel 1924.
Dal Fascismo alla Seconda Guerra Mondiale (1924-1943)
I nuovi confini determinarono l’esistenza all’interno del Regno d’Italia di un’ampia minoranza slava (in particolar modo nell’entroterra sloveno e nelle parti interne dell’Istria). Va detto, comunque, che tutte le città e anche la costa occidentale dell’Istria avevano una popolazione quasi esclusivamente italiana.
Viceversa, gli italiani della Dalmazia presero quasi tutti la via dell’esilio e in gran parte si recarono a Zara (senza sapere che presto avrebbero subito un secondo esodo).
L’avvento del Fascismo portò ad un rapido peggioramento della situazione di sloveni e croati a causa del varo di alcuni provvedimenti tesi alla snazionalizzazione delle minoranze. Tra questi il più grave fu la soppressione di tutte le scuole, di molte delle associazioni culturali, sportive, ecc. e della stampa slave. Va tuttavia precisato che purtroppo questa era la tendenza di tutte le nazioni europee in questo periodo: in particolare la Jugoslavia operò allo stesso modo con la minoranza italiana in Dalmazia. In ogni caso, occorre notare che non ci fu alcun esodo delle popolazioni slave che rimasero insediate nei loro territori, né ci furono politiche di uccisioni di massa. Gli slavi presenti nella Venezia Giulia nel 1945 erano sostanzialmente gli stessi che c’erano nel 1918.
Il 6 aprile del 1941, nel corso della Seconda Guerra Mondiale, Italia e Germania invadono la Jugoslavia che viene sconfitta in pochi giorni. Ampie zone di Slovenia e Dalmazia vengono annesse all’Italia, mentre in Croazia si insedia il governo nazi-fascista degli “ustascia” e il resto è occupato dalla Germania.
Favoriti dall’orografia molto complessa dei Balcani, nascono subito dei movimenti partigiani jugoslavi che combattono contro i nazi-fascisti, ma che in realtà si combattono anche tra di loro. Le due fazioni più importanti saranno i monarchici di Draža Mihajlović e i comunisti di Josip Broz Tito (che ad un certo punto verrà preferito dagli anglo-americani perché dava più speranze di successo).
L’8 settembre 1943 l’Italia si arrende agli anglo-americani e firma l’Armistizio. Nelle terre dell’Istria la notizia viene accolta con preoccupazione per la presenza tedesca da un lato e l’esistenza di un movimento partigiano filo-slavo che induceva a fare i conti con un futuro incerto e pericoloso.
Le foibe e il Trattato di Pace (1943-1947)
Immediatamente dopo l’Armistizio i tedeschi occuparono rapidamente le grandi città (Trieste, Gorizia, Pola e Zara). Nelle realtà minori e a Fiume si verificò invece un vuoto di potere, colmato quasi subito dai partigiani comunisti di Tito (sia quelli già presenti in parte sul territorio e soprattutto quelli giunti dai territori interni della Jugoslavia).
La situazione divenne caotica, con saccheggi, pestaggi e violenze. Queste ultime non solo a carico dei fascisti (peraltro in gran parte già fuggiti), ma anche di persone estranee ed innocenti, incluse donne e bambini. Vennero presi di mira in particolare tutte quelle figure “istituzionali” che potevano rappresentare un “pericolo” per la nascente idea di assimilare tutta l’Istria alla nazione jugoslava: Carabinieri, maestri, sacerdoti, ecc.
Alcune centinaia di persone scomparvero e finirono nelle “foibe”, in particolare nel territorio delle cittadine di Albona e Pisino. Emblematico il caso della giovane Norma Cossetto. Nel mese di ottobre 1943 i tedeschi completarono l’occupazione dell’Istria (che fu inglobata nel Terzo Reich con il nome di “Adriatisches Künstenland”) e ciò determinò una quasi completa interruzione degli infoibamenti. Tuttavia l’attività partigiana non si interruppe e l’Istria subì due anni di continui scontri armati, vendette, ecc. I nazisti inoltre, oltre a reprimere ogni forma di collusione con i partigiani, deportarono anche tutti gli ebrei, soprattutto da Fiume, Trieste e Gorizia.
Un caso particolare fu quello della città di Zara, rimasta isolata in Dalmazia, che subì ben 54 bombardamenti aerei tra il 1943 e il 1944 da parte degli alleati, su sollecitazione di Tito pur non essendo affatto un importante obiettivo militare. La città fu completamente rasa al suolo e l’intera popolazione abbandonò la città. I pochi abitanti rimasti o che erano rientrati in città, furono successivamente deportati dagli slavi entrati a Zara il 31 ottobre 1944.

In Istria la guerra finì ufficialmente solo il 1° maggio 1945, con la resa dei tedeschi e l’occupazione da parte delle forze armate di Tito di tutta l’Istria, ma anche di Trieste e Gorizia. Ma se per il resto d’Italia si trattò della “liberazione”, per gli istriani e i fiumani (i dalmati di Zara come detto erano già tutti fuggiti) iniziò un nuovo e peggiore periodo di terrore. Le formazioni partigiane italiane furono subito disarmate e numerosi membri del CLN giuliano vennero uccisi. L’esercito jugoslavo procedette poi ad arrestare e poi giustiziare moltissimi italiani dopo brevi processi farsa. Le uccisioni riguardavano soprattutto coloro che agli occhi dell’OZNA (la polizia segreta jugoslava) potevano rappresentare un ostacolo all’annessione dell’Istria e di Fiume alla Jugoslavia. In realtà però si colpì anche a caso, soprattutto per instillare terrore nella popolazione. Vi furono anche terribili attentati dinamitardi, come quello alla spiaggia di Vergarolla a Pola, dove nell’estate 1946 morirono centinaia di persone. Tito infatti voleva giungere al trattato di pace con una situazione in cui gli italiani fossero desiderosi di andarsene (e non solo per la paura, ma anche per tutte le vessazioni di ogni genere cui andavano incontro ogni giorno). Inoltre, gli italiani erano anche percepiti come i rappresentanti di quella “classe borghese” (indipendentemente daL fatto se fossero oppure no borghesi) nemica del “popolo socialista”. Questa politica che in epoca più recente assunse il nome di “pulizia etnica” si protrasse almeno sino all’inizio nel 1947.
Va detto che, abbastanza ironicamente, negli anni successivi il governo jugoslavo invece impedì a chi voleva andarsene di farlo, e ciò perché si erano resi conto che l’esodo così massiccio aveva privato l’Istria di persone capaci di far funzionare la macchina governativa e le aziende. Di conseguenza, dopo il 1947 molte persone dovettero fuggire di nascosto e ciò continuò per anni.
Si giunse così al Trattato di Pace di Parigi del 10 febbraio 1947 (e infatti il 10 febbraio è diventato a partire dal 2004 il “Giorno del Ricordo”). Con il Trattato l’Italia perdeva Zara, Fiume e gran parte dell’Istria. Rimanevano in sospeso due aree, la “Zona A”, cioè la città di Trieste, occupata militarmente dagli inglesi, e la “Zona B”, cioè una porzione di Istria settentrionale, occupata però dall’esercito jugoslavo. Inoltre l’Italia dovette pagare un ingente debito di guerra, che fu saldato in buona parte con i beni requisiti da Tito ai giuliano-dalmati.
L’esodo (1944-1954 ed oltre)

La stragrande maggioranza degli italiani di quelle terre decise abbandonare le proprie case, le proprie terre per trasferirsi oltre confine (e spesso poi emigrare oltremare). Su circa 500.000 abitanti, scelsero la via dell’esilio circa 350.000 persone (il censimento del 1921 riportava nelle terre poi cedute 557.885 italiani; quello del 1991 22.220 italiani). L’esodo fu causato non solo dal terrore e dalle vessazioni, ma anche da tutte le imposizioni economiche, politiche, culturali, linguistiche e religiose che furono portate avanti dal governo di Tito. Va qui precisato che la cessione di quasi tutta la Venezia Giulia e di Zara avvenne senza garantire nulla ai suoi abitanti di etnia italiana che di fatto furono abbandonati nelle mani del maresciallo Tito. Anzi, il governo italiano si accordò con quello jugoslavo per pagare almeno parte dei debiti di guerra proprio con i beni abbandonati dagli esuli.
Quando poi, con il Memorandum di Londra, Trieste fu riconsegnata dagli inglesi all’Italia nell’ottobre 1954, la Jugoslavia annesse definitivamente la Zona B, da cui si ebbe quindi un’ulteriore esodo di quegli abitanti che avevano sperato in un ritorno dell’Italia.
L’esodo quindi coprì un periodo molto lungo, iniziato già nel 1944 da Zara, culminato nel 1947 con il Trattato di Pace ma poi proseguito fino addirittura alla fine degli Anni ’50. I profughi furono alloggiati nella gran parte in campi profughi distribuiti su tutto il territorio nazionale, ma la qualità di vita di questi campi (spesso ex campi di prigionia) era molto scarsa e i profughi spesso non erano neanche ben visti dalla popolazione locale, talvolta anche a causa di una propaganda che li additava come “fascisti” che fuggivano dal “paradiso” titino.
In merito al numero degli esuli la cifra è difficile sta stabilire con precisione perché non fu mai effettuato un censimento, anche per le oggettive difficoltà (ricordiamo che molti fuggirono clandestinamente e molti si recarono direttamente in altri Paesi). In ogni caso la cifra oscilla certamente tra le 300 e le 350mila persone.
Infine, in merito alla supposta fuga dalla Jugoslavia di “ricchi borghesi” che fuggivano dal “paradiso comunista”, oggi possiamo con ragionevole sicurezza dire che i “proletari” (contadini, operai, pescatori) erano circa il 60% degli esuli, piccoli borghesi (negozianti, impiegati) circa il 23% e il restante era diviso tra militari, sacerdoti e meno del 6% di imprenditori.
Sorsero ben presto alcune associazioni per la difesa dei diritti di tutti questi esuli. Prima tra tutte l’Opera Assistenza Profughi Giuliani e Dalmati, ente morale creato per legge. L’Opera si prodigò per la realizzazione di alloggi, scuole e attività lavorative a favore degli esuli. Gli sforzi dell’ente si concentrarono soprattutto nelle zone che permettevano una reintegrazione più facile. Il programma edilizio più importante si ebbe proprio a Roma. Esaurita la sua funzione, l’Opera fu sciolta nel 1979. Poi l’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia, nata nel 1948 dalla fusione di diverse realtà precedenti, quali il Comitato Nazionale per la Venezia Giulia e Zara, il Comitato Giuliano Alta Italia e quello di Roma. L’Associazione, suddivisa in comitati provinciali (tra cui quello di Roma con sede nel nostro quartiere) svolge tutt’ora opera di assistenza morale, materiale e giuridica agli esuli e dispone di un giornale, “Difesa Adriatica” (attualmente non più pubblicato). Suo primo presidente fu padre Alfonso Orlini. Nel 1990 è sorta la Federazione delle Associazioni degli esuli istriani, fiumani e dalmati, che comprende, oltre alla succitata A.N.V.G.D., anche l’Unione degli Istriani, l’Associazione delle Comunità Istriane e i Liberi Comuni di Fiume, Pola e Zara in Esilio. Questa Federazione è sorta per svolgere il ruolo di interlocutore unico con il Governo italiano.
Un discorso a parte meriterebbero le ragioni del silenzio che avvolse tutta la questione delle foibe e dell’esodo da parte dell’Italia per un lunghissimo periodo che è sostanzialmente terminato solo nel 2004 con l’approvazione della Legge sul Giorno del Ricordo.
Basilarmente le ragioni furono tre: 1) a partire dal 1948 Tito aveva rotto l’alleanza con l’Unione Sovietica, e quindi la Jugoslavia era diventata una specie di “Stato cuscinetto” tra la NATO e il Patto di Varsavia ed era quindi comodo tenere “buono” Tito come potenziale se non alleato, almeno non nemico; 2) i comunisti italiani ovviamente non potevano gradire che altri comunisti fossero accusati di eccidi (pur non avendo loro partecipato direttamente); 3) l’Italia era entrata nell’orbita occidentale ed era alleata degli Stati Uniti e quindi si doveva in qualche modo rimuovere il ricordo della sconfitta e certamente la perdita di un’intera regione indicava esattamente il contrario.
L’esodo a Roma e nel Lazio
Per quanto riguarda il Lazio, giunsero in questa regione probabilmente 10-12.000 profughi, in particolar modo a Roma e Latina, mentre pochi profughi raggiunsero le altre provincie. Tra l’altro, molti di quelli che giunsero nei campi profughi della provincia di Latina (Latina, Sabaudia, Gaeta) si spostarono successivamente a Roma.
In ogni caso, la provincia di Latina accolse numerosissimi profughi. Inizialmente si accamparono come potevano, ma già nel 1947 furono sistemati in caserme dismesse, e poi a partire dal 1955 nel Villaggio Trieste. Occorre ricordare che tutta la Pianura Pontina era stata colonizzata da veneti durante il Fascismo e quindi vi era una certa vicinanza ideale tra le popolazioni.
L’altro centro della provincia che ospitò numerosi profughi fu Gaeta ospitati nelle caserme della cittadina, in condizioni molto disagevoli, nonostante il supporto della popolazione locale. Per questo motivo molti di loro si spostarono nuovamente, venendo a Roma o emigrando all’estero.
A Roma i primi profughi furono alloggiati in caserme o altre sistemazioni di fortuna, ma molti addirittura dormivano nei sotterranei della costruenda metro B a Termini. Altri luoghi di accoglienza temporanea inclusero il campo di Santa Croce presso la Basilica di Santa Croce in Gerusalemme, Forte Aurelio a Boccea, alcuni locali a Colle Oppio, il campo fatiscente di Centocelle, alcuni padiglioni degli studi cinematografici di Cinecittà ed altre collocazioni minori.
La maggior parte di loro si spostò negli anni successivi proprio al Villaggio Giuliano, principalmente con il passaparola.
Altri crearono un piccolo “Villaggio Giuliano” anche ad Acilia (che però, dato il numero molto più piccolo di esuli, è successivamente scomparso).
