Le “Galere”

Quelle che oggi vengono denominate “Galere”, nascono nel 1881 come stabilimento penale per i lavori forzati, quando il governo italiano si accorda con i monaci trappisti delle Tre Fontane per la bonifica dalla malaria dell’area dell’attuale Eur e zone circostanti, che all’epoca erano parte della tenuta appunto delle Tre Fontane.

La storia delle cosiddette “Galere” è legata indissolubilmente a quella del Monastero delle Tre Fontane, in particolare dopo l’arrivo dei monaci Trappisti nel 1868. Per quanto riguarda la lunghissima storia delle Tre Fontane, si rimanda alla presentazione “Chi c’era prima di noi”.

Le condizioni di vita alle Tre Fontane erano pessime, come si può chiaramente capire da questa relazione del 1882: “Il luogo dove ora sorge S. Paolo alle Tre Fontane è il punto di una vasta solitudine, che porta il nome di Pantanetto o di Tomba. Il nome dice tutto: c’è insieme l’effetto e la causa: l’acqua dispersa e stagnante, e l’aria ammorbata che uccide l’uomo”. La presenza della malaria non consentiva il pernottamento dei monaci, che infatti facevano avanti e indietro con il monastero di San Paolo.
Già nel 1869 i monaci cercarono di prosciugare in parte l’acqua con l’aiuto di alcuni detenuti delle Terme di Diocleziano e di braccianti dell’Aquilano. L’anno successivo piantarono anche alcuni eucalipti, da poco giunti dall’Australia, per favorire la bonifica. Ciò nonostante, in pochi anni morirono dodici monaci.
Un ulteriore problema colpì l’Abbazia in quegli anni: La Legge 1402/1873 istituiva la Giunta liquidatrice dell’Asse ecclesiastico di Roma, con la quale lo Stato sopprimeva un numero consistente di beni della Chiesa, inclusa l’Abbazia delle Tre Fontane. L’abate Franchino riuscì però a trovare un accordo con il governo, con il quale nel 1873 venne creata una società, la Société Agricole des Trois Fontaines près Rome che ottenne nel 1879 in enfiteusi perpetua tutta la vecchia tenuta di quasi 500 ettari (inclusa una ricca cava di pozzolana e nonostante le proteste dei contadini della zona) in cambio della promessa di bonificare tutta l’area con coltivazioni, strade e case coloniche e piantando almeno 100.000 eucalipti in 10 anni.

Un altro aspetto che portò poi alla “soluzione” del problema riguardava in quegli anni il nodo del lavoro dei detenuti. Come scrisse il ministro Giuseppe Zanardelli, il lavoro “è un necessario complemento della pena detentiva, dovendosi ormai riconoscere che nulla vi è di più illogico ed esiziale, sotto ogni aspetto sociale, igienico, finanziario, disciplinare, penale, quanto l’ammettere l’ozio nelle prigioni”. Il lavoro non inteso come punizione ma come mezzo per favorire il reinserimento del detenuto nella società e al tempo stesso per abbattere i costi del carcere.
La situazione disastrosa delle carceri italiane rendeva però difficile la realizzazione pratica di questa idea, assieme alla paura di una concorrenza sleale contro la libera impresa. In pratica, nel 1875 oltre il 37% dei detenuti era privo di qualsiasi occupazione e nel 1883 i numeri restavano simili.
Il direttore generale delle carceri dell’epoca, Martino Beltrani Scalia, propose l’utilizzo dei detenuti per lavori all’aria aperta con tutta una serie di considerazioni di carattere pratico, incluso il fatto che quasi tutti i detenuti erano già contadini o avevano comunque svolto lavori all’aperto. Vennero quindi proposti lavori di pubblica utilità quali dissodamenti, bonifiche, ecc., attraverso la creazione di apposite colonie penitenziarie. Tali azioni iniziarono concretamente a partire dal 1875.

Nacque così il progetto della Colonia penale delle Tre Fontane, fortemente voluto proprio da Beltrani Scalia, come esperimento per il risanamento dei terreni paludosi a sud di Roma, nel tentativo di dimostrare l’utilità e l’efficacia di questo tipo di provvedimenti.
Dopo una visita all’Abbazia del 1877, la commissione senatoriale guidata dal sen. Luigi Torelli favorì l’accordo con l’abate Franchino descritto sopra e concluso nel 1879. L’accordo prevedeva, oltre quanto già scritto sopra, l’invio di un certo numero di detenuti per aiutare i monaci.
Un primo gruppo “sperimentale” di 183 detenuti giunse alle Tre Fontane assieme a 35 guardie il 1° maggio 1880. I detenuti provenivano dai bagni penali di Civitavecchia, Orbetello e Piombino ed erano tutti condannati per reati violenti (in quanto si riteneva che fossero meno “indolenti” dei ladri e dei truffatori). Tutti vennero alloggiati in locali riadattati, quali fienili, ecc. Durante i 45 giorni di prova i detenuti vennero impiegati soprattutto per piantare eucalipti, ma anche per zappare la vigna, per la cava di pozzolana o per lavori di muratura.
L’esperimento venne ritenuto molto positivo sia dall’amministrazione carceraria che dai monaci trappisti, e il 25 settembre 1880 venne stipulata una convenzione tra le parti della validità di tre anni rinnovabili, con la quale l’Abbazia pagava allo Stato 45.000 lire in cambio della presenza di 150 detenuti stabili.

Il 2 luglio 1881 venne stipulata un’altra convenzione con l’abate Franchino per la costruzione di un vero e proprio stabilmento penale agricolo nella “Valle di Ponte Buttero o Cecchignoletta”, capace di ospitare fino a 250 detenuti.
Nell’accordo si prevedeva che, quando i lavori di bonifica fossero terminati e i detenuti fossero andati via, l’opera sarebbe diventata “centro di case coloniche”.
I lavori durarono circa tre anni (contro i 180 giorni previsti inizialmente) e furono eseguiti dagli stessi detenuti, con una spesa finale di 150.000 lire.
Alla fine la struttura era composta da 6 edifici, uno centrale e 5 disposti a raggiera, con un muro di cinta alto 8 metri e lungo 270 (oggi scomparso). Il tutto era collegato da una strada (probabilmente la futura Via del Fenilone, oggi Via De’ Suppé).
Nascevano così le attuali “Galere”.

La popolazione dei detenuti aumentò rapidamente, arrivando a 373 unità nel 1883, addetti sia ai lavori agricoli che edilizi. Per i lavori agricoli la superficie coltivata a vigna arrivò a 27 ettari e quella degli eucalipti a 110 ettari, con quasi 110.000 alberi piantati; i condannati eseguono inoltre anche i lavori di falciatura, mietitura e trebbiatura del grano.
I condannati inoltre costruirono, oltre allo stabilimento penale, anche una strada di collegamento tra Laurentina e Ostiense (probabilmente l’attuale Via delle Tre Fontane), una serie di canali e persino una piccola ferrovia a scartamento ridotto di circa mezzo chilometro per il trasporto dei materiali.
Per quanto riguardava la vita dei detenuti, sappiamo che essi vivevano e dormivano nei dormitori separati in cubicoli aperti con pagliericci, dove giacevano incatenati e dove avevano piccoli contenitori per l’acqua e talvolta il vino. Le guardie giravano costantemente per controllarli.

La direzione generali delle carceri dà subito ampio risalto positivo all’iniziativa ed ai risultati ottenuti, e Beltrani Scalia propone di estendere su vasta scala in tutta Italia l’impiego dei condannati con queste modalità. In genere, il tentativo viene accolto con interesse e apprezzamento.
Vengono effettuate visite alla colonia penale, particolarmente significativa quella del luglio 1882 quando la Commissione per la Statistica giudiziaria penale si reca sul posto, con la partecipazione straordinaria del noto antropologo criminale Cesare Lombroso (che era alla ricerca di soggetti che confermassero le sue strampalate teorie).

Nonostante le affermazioni positive dell’abate Franchino e i tentativi di minimizzare i problemi da parte di Beltrani Scalia, il bilancio sanitario della colonia era tutt’altro che positivo, sia per i detenuti che per le guardie carcerarie. In particolare morirono 8 detenuti nel 1880, 3 nel 1881, 5 nel 1882 e ben 21 nel 1883. Inoltre, secondo, gli studi del famoso patologo Corrado Tommasi Crudeli, la situazione reale era ben peggiore di quanto indicassero le cifre ufficiali ed una prova era che tutte le guardie nel corso del 1882 si erano ammalate.
Inoltre altre critiche giunsero proprio in merito ai lavori agricoli, in quanto questi non erano nell’interesse dello Stato (come ad esempio costruzioni di strade, ecc.) ma dei privati e questo sarebbe andato contro la libera concorrenza, in particolare in un Paese afflitto dall’emigrazione.
Ad inizio 1883 venne portata in Parlamento un’interrogazione contraria al proseguimento dell’iniziativa. Il Ministro dell’Interno Depretis respinse l’interrogazione e ribadì la volontà di proseguire l’esperimento poiché lo riteneva “un dovere preciso del Governo”.

La colonia penale rimase quindi in attività abbastanza a lungo e venne chiusa un decennio dopo, più per una serie di controversie sorte tra l’amministrazione carceraria e i trappisti che per l’opposizione all’iniziativa in quanto tale, anche se ormai da lungo tempo serpeggiava il malcontento soprattutto tra le guardie carcerarie che non volevano rischiare la vita in quel luogo.
Gli ultimi detenuti lasciarono la colonia nel 1894 e all’inizio del 1895 tutte le attrezzature carcerarie furono sgombrate e le “Galere” tornarono nel pieno possesso dei frati trappisti delle Tre Fontane.

La storia successiva è legata a quella della “Tenuta di Ponte Buttero”, come venne a chiamarsi quell’area dei possedimenti delle Tre Fontane collocata oltre il Fosso della Cecchignola (in pratica, a sud dell’attuale Via di Vigna Murata).

Il “lascito” principale di quell’esperimento, oltre che ovviamente gli edifici delle Galere, furono gli eucalipti piantati. Sebbene moltissimi morirono negli anni seguenti, molti rimasero ed ancora oggi la gran parte degli eucalipti della nostra zona sono i discendenti di quelli piantati allora dai detenuti, in particolare tutti quelli del cosiddetto “Parco degli Eucalipti” all’Eur (non c’entrano invece nulla i pochi eucalipti rimasti al parcheggio della metro Laurentina, legati alle “Feste degli alberi” degli Anni ’50).

A partire dalla vendita di tutta l’area ai Marchesi di Roccagiovine nel 1913, le “Galere” (come cominciarono ad essere chiamate) furono abitate da poveri contadini della zona (che, ricordiamolo, era ancora assolutamente agricola) che non avevano più paura della malaria debellata definitivamente negli Anni ’20.
Tale situazione non cambiò neanche con l’edificazione dell’E42 e del Villaggio Operaio.
Quando i primi profughi giuliano-dalmati giunsero in zona nel 1947, si incontrarono con i suddetti contadini dai quali iniziarono ad acquistare alcuni prodotti della terra (uova, ecc.).

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